Loro, Roman Polanski e Jim Jarmusch, sono maestri di un’arte che continuano a reinventare e accompagnano sulla Croisette due opere rivelatrici di una qualità essenziale del genio, l’autoironia. Evidente soprattutto nel cineasta polacco, creatore di un mimetico suo “doppio” (Mathieu Amalric en travesti) che duetta con la moglie, l’attrice Emmanuelle Seigner, in una delle sue performance migliori. Vénus à la fourrure (Venere in pelliccia) basato sulla piéce di David Ives a sua volta ispirata al celebre romanzo erotico di Sacher-Masoch è un’esplosione di maestria su più livelli. Il film del quasi 80enne Polanski gode della magnificenza dialettica di dialoghi e – due, unici – attori perfetti e, a differenza di Carnage, è un film di altissimo respiro cinematografico, che si fa gioco del sadomaso, lavora sul continuo scambio di ruoli, compie pura satira sul senso della dominazione tra sessi.

“Oggi – dice Polanski – ogni cosa fa scandalo, persino dare un mazzo di fiori a una donna”. Ironia superlativa da parte di un regista dal passato controverso che arriva a fare a pezzi se stesso usando il suo alter ego proprio su una questione biografica tanto scivolosa come il sesso. Va da sé che con Vénus à la fourrure il regista de Il coltello nell’acqua – spesso citato come altri suoi lavori nel film di Cannes – abbia vinto la sfida che sentiva più rischiosa, ovvero “distruggere noia e perbenismo”.

E ha tenuto lontano il pubblico dalla noia anche Jim Jarmusch, autore del cinema indie americano. Only Lovers Left Alive è una surreale storia d’amore tra vampiri intellettuali e radical chic ambientata tra Tangeri e Detroit. Ma siamo anni luce dal blockbuster tanto di moda: la pellicola del regista dell’Ohio usa metafore sulla decadenza, inneggia alla cultura – gli zombie simboleggiano la massa ignorante, a ricalcare lo sfondo socio-politico del film – e celebra la creazione che prende forma nell’invisibilità. I protagonisti rimangono quasi sullo sfondo, guardiani della notte circondati da rovine. Detroit si offre nella desolazione delle sue fabbriche in disuso, una città emblematica, culla di misteri e di grande musica. Come quella utilizzata da Jarmusch in un film capace di convincere oltre il momento della proiezione. A sopravvivere è solo l’amore, eterno, dei bellissimi ed efebici vampiri Tilda Swinton e John Hiddleston, abitanti di una pellicola che ha richiesto sette anni di lavorazione.

“Non ci davano i soldi” rivela Jim. Non è facile dunque il compito della giuria presieduta da Steven Spielberg messa davanti a una competizione così ricca di eccellenze. Il tradizionale toto-Palma accredita una manciata di titoli notevoli per il primo premio, dal superlativo La vie d’Adele 1 & 2 di Kechiche, ai bellissimi lavori dei fratelli Coen, Inside Llewys Davis, del giapponese Kore-Eda, Like Father, Like Son, di Alexander Payne, Nebraska, del cinese Jia Zhangke, A Touch of Sin, del nostro lodevole Paolo Sorrentino, La grande bellezza, e via scendendo con Asghar Farhadi, Steven Soderbergh, François Ozon, includendo naturalmente Polanski e Jarmusch. I giurati dovranno fare dei calcoli “politici” per ben distribuire i premi, e sarà dunque probabile che i riconoscimenti per le interpretazioni. Quella maschile vede in pole position Michael Douglas e Bruce Dern, quella femminile potrebbe puntare su Emmanuelle Seigner, Marion Cotillard o le due protagoniste di La vie d’Adele se il film non avrà la Palma d’oro. Poi ci sono i due premi della giuria, Gran Prix e Prix du Jury, decisivi per comporre una scacchiera mai tanto complessa come quest’anno.