Iter del naturale percorso di omologazione dell’uomo/donna moderno/a bolognese.

Opzione A: il nido* 
L’asilo nido è un parcheggio che serve più agli adulti che ai bambini dove i pargoli, nei primi mesi della loro vita già orientata alla performans, vengono separati volontariamente, spesso senza un reale bisogno, dai genitori adultolescenti che, non potendone più di occuparsi di un esserino insonne, cagante, vomitante, lo sbolognano in questi luoghi colorati, funzionali al lavoro. Chi ha dei nonni da schiavizzare, può evitare questo strazio e lasciare tutto il giorno i prodotti dell’accoppiamento ad anziani turbogiovani o a vecchi rincoglioniti che faranno crescere gli infanti nel peggiore dei modi possibili, esattamente come hanno fatto con gli inetti genitori dei nipotini. Noi. In questo modo, le tradizioni vengono conservate. Poi ci sono i casi più gravi (e purtroppo più comuni), quelli che hanno realmente bisogno dell’asilo nido e sono costretti a usare questo servizio fondamentale perché devono andare a lavorare. Storie terribili, che riguardano migliaia di schiavi salariati e non. Episodi che raggiungono l’apoteosi quando, per mantenere la propria occupazione, alcuni addirittura “assumono” una bebisitter che il più delle volte guadagna più del “datore di lavoro”. Risultato: uno dei membri della coppia (se c’è ancora) lavora gratis (o in rimessa). Sono quelli che dicono “A mio figlio il nido fa bene… socializza”.  

Opzione B: la materna**
Dopo il calvario del nido inizia la materna. Pubblica o privata. Chi ha già passato i gironi infernali del nido, affronta la materna in scioltezza. Finite le nove ore di reclusione e frequentazione forzata, a volte piacevole a volte no, i genitori iscrivono il nano (così viene chiamato il figlio piccolo) a molteplici attività. “Così fino alle otto di sera è impegnato e gli fa bene… e socializza. Altri, optano per gli istituti delle “suorine”***  incuranti delle storie terribili che si raccontano o addirittura vissute in prima persona. Sono i cosiddetti  ambienti protetti (dove protetti sta per protetti dai figli degli extracomunitari). Anche nell’opzione scuola materna, chi ha dei nonni da schiavizzare li sfrutta alla grande e forse vive più serenamente di chi non ha di questi servi a disposizione. E si va avanti così, perché si deve andare a lavorare, che è sempre meno faticoso dello stare per molte ore a contatto con i bimbi piccoli che logorano, ma ancor peggio, tolgono al genitore adultolescente spazi importanti come: l’apericena, la palestra, l’uscita con gli amici, la pizzata o l’arrivederci al celibato del Giangi.

Viviamo così e ce lo meritiamo, come ci meritiamo il referendum di domenica 26 maggio.
“Eh? Che referendum?” chiede il mio amico Erode che figli non ha.
Provo a spiegarglielo, lui mi dice che ha capito, ma non ha capito niente.
Due opzioni: A o B.
Votare A vuole dire sostenere esclusivamente il finanziamento alle scuole dell’infanzia statali e comunali. Votare B vuole dire sostenere per le scuole dell’infanzia private il finanziamento erariale. Nonostante il mio noto disimpegno, ho deciso che voterò A incurante della minaccia con senso di colpa in attachment tipica di certi ambienti che non frequento: “Se vince A tanti bambini rimarranno a casa. Come gli operai”. 

Sarà vero?
Non sarà vero?
Chi vivrà vedrà e voterà. Purtroppo, credo che molti bolognesi invece di A o B, voteranno A14 e, se non verrà a nevicare (pare che arrivi Ginevra), vivranno il uichend dimenticatorio degli orrori della settimana appena trascorsa in coda, a mangiare, a sciabattare sulla rena, a prendere il sole e il lunedì di nuovo a lavorare e lamentarsi della crisi, del mutuo insostenibile, della retta del nido e della bebsitter che vuole essere assunta in regola. Ma siamo matti?

Due opzioni: A o B.
Va detto che il referendum è consultivo, ovvero: qualsiasi sarà il risultato, il Comune farà quello che gli pare (è il bello del  referendum consultivo) e i bolognesi lo accetteranno, si lamenteranno su feibuc e continueranno a subire. Molto probabilmente sarà una roba tipo “Volete la TAV?”. “No”. “Ok, facciamo la TAV”.
I bimbi lo hanno già capito e quando saranno più grandi si ribelleranno.
Loro. 

*   Col referendum non c’entra
** Col referendum c’entra 
*** Non ce l’ho con loro, ma era bello scrivere “suorine”