“L’immigrazione tiene vivo un Paese, lo rende dinamico, vivace, ne costituisce la nuova linfa”. James Gray “coincide” col titolo del suo nuovo film “The Immigrant”, tra i più attesi concorrenti a Cannes 2013. Newyorkese di origine russa Gray è considerato cult dalla cinefilia mondiale, per scrittura, regia e – in una parola – “tocco”. Egli percepisce se stesso come “immigrante” (l’esordio pluripremiato Little Odessa girato a 25 anni già ne era testimonianza) identità che equivale al moto generatore di questo film, ove mette in scena usando il “mèlo” le istanze e problematiche universali insite nelle migrazioni dei popoli, in passato come oggi. “Se vuoi capire il presente bisogna osservare il passato”. In The Immigrant si condensano i temi a lui cari: la fratellanza, la fedeltà, la ricerca di legami forti come “territorio” dell’esistere, le relazioni torbide. Protagonista un triangolo amoroso malato, in cui Ewa (Marion Cotillard, perfetta “polacca”) è una giovane e attraente donna sopraggiunta dalla Polonia a Ellis Island con la sorella. Questa viene fermata in quarantena per infezione, mentre Ewa prosegue la sua odissea grazie a Bruno (Joachin Phoenix), un ambiguo faccendiere che se ne innamora. Promettendole denaro per le cure della sorella, la costringe alla prostituzione. L’incontro casuale con il prestigiatore Orlando (Jeremy Renner) offre a Ewa speranze d’amore e libertà. Il dramma confezionato da Gray è misurato, solido, scritto, diretto, fotografato e interpretato mirabilmente, ma non “vola alto” come volevano le attese riposte su un cineasta di indiscusso talento.

Ciononostante il quarto statunitense concorrente sulla Croisette non manca all’appello di confermare l’eccellente prestazione della “squadra” Usa sulla Croisette (prima di lui i Coen bros, Soderbergh e Payne, si attende ora solo Jim Jarmusch), riscattando per così dire la magra figura dei connazionali presenti l’anno scorso. Piacevolmente per casualità, il 66° Cannes a stelle & strisce ha dato corpo a un cine-percorso sull’ “essenza” americana ab origine fino all’attualità, che sembra studiato ad hoc. E che certo non sfuggirà al giudizio di uno dei Padri della Hollywood degli ultimi 30 anni come Steven Spielberg.

Se di bilanci (e piacevoli sorprese) si può iniziare a parlare, la prima buona nuova si tinge però di Tricolore. Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza si è conquistato il Gran Prix alla Semaine de la Critique nonché il Prix Relevation 2013: un trionfo non annunciato per un esordio coraggioso che arriva dal nostro cinema. La speranza è che qualche distributore nazionale acquisti la pellicola per le sale, sarebbe una vergogna appurare il contrario. E per continuare nel segno positivo, oggi l’Italia ha dato ottima prova di sé anche nella performance da total protagonista di Pippo Delbono, autore/attore cult del teatro contemporaneo paradossalmente più noto all’estero che entro confine. Non a caso è stata la belga Yolande Moreau a scritturarlo nel ruolo di Henri per il film dal medesimo titolo che oggi chiude la Quinzaine des Realisateurs. “Sono caduta ai piedi del suo charme e del suo talento” ha dichiarato la cineasta con evidente sincerità.