La decisione del Tribunale di Lecce sulla concessione della cittadinanza al ragazzo figlio di una filippina irregolare all’epoca della sua nascita appare come una lama di luce gettata su una realtà, sempre tenuta nell’oscurità, fatta di persone in carne e sangue: esseri umani, vite reali, quotidianità di persone con un nome, un volto, una storia.

Finalmente si esce dalle astrattezze del dibattito sullo ius soli/ius sanguinis, con tutta la cattiva retorica ideologica profusa a piene mani da opinion-makers e politicanti, e si guarda in faccia un essere umano. Porsi all’altezza degli occhi, scrivevo in un libro che anni fa dedicai alle storie degli immigrati clandestini reclusi in quelle galere etniche che sono gli attuali Cie. Perché senza partire dalle storie, dalla concretezza e dalla materialità delle vicende personali, non è possibile fare alcuna buona politica.

Eccola, la concretezza: un ragazzo di diciotto anni nato e cresciuto in Italia a cui lo Stato non voleva concedere la cittadinanza. Ovvero, a cui venivano negati diritti universali. Davvero possiamo ritenere giusto che un ragazzo nato e cresciuto in Italia possa – come stava per accadere in questo caso – essere cacciato in un paese a lui sconosciuto? È questo rispettare dei diritti universali? No, evidentemente. E questa evidenza non può non balzare agli occhi di chi abbia un po’ di coscienza.

Ci sono centinaia di migliaia di ragazzi figli di immigrati, in questo paese, che sono nati e cresciuti qui, che parlano l’italiano come qualsiasi altro italiano, che condividono la medesima cultura dei loro compagni di scuola (e questo lo vedo bene ogni giorno, nelle classi dei licei dove insegno, lo vedo bene come il meticciato sia una realtà già in atto, e un arricchimento formidabile!). Ed è giusto che loro possano godere dei medesimi diritti di coloro che sono nati da genitori già in possesso della cittadinanza italiana. Perché mai questa discriminazione per cui fino a diciott’anni non si può ottenere la cittadinanza? Perché bisogna fare sentire non-italiani ragazzi che invece si sentono, eccome, italiani? Perché farli stare in un limbo, renderli di fatto persone di serie B per tutta la loro adolescenza? E questo deve valere anche se sono nati magari da immigrati clandestini, come nel caso specifico, poiché se guardiamo negli occhi quei ragazzi vediamo ragazzi italiani, parte di questo spazio pubblico, nodi di questa rete: vediamo loro, e non le carte dei loro genitori.

I giudici si sono addentrati nelle pieghe della legge e l’hanno forzata, diciamo, con una interpretazione progressiva. A segnare una strada. Questi giudici, nel loro porsi davanti a una singolarità, hanno saputo, letteralmente, considerarla.

Adesso sta a noi. Una storia ce l’abbiamo davanti. Teniamola davanti agli occhi, quando torneremo a parlare di ius soli.