Rom segregati in campi senza nulla, lavoratori migranti sfruttati e rinchiusi in degradanti centri di detenzione, un livello allarmante di violenza omicida contro le donne. E ancora: discriminazione delle persone gay, lesbiche e transgender, difficoltà di ristabilire la verità per chi ha avuto un familiare torturato o ucciso per mano delle forze dell’ordine, stigmatizzazione pubblica del diverso, sia esso un ministro o un calciatore. L’Italia raccontata dall’ultimo rapporto annuale sui diritti umani nel mondo di Amnesty International, presentato ieri, è un paese che vive un’erosione progressiva e inquietante dei diritti, a causa – soprattutto – di vuoti legislativi ancora non colmati.

Le violazioni dei diritti sono dove meno te le aspetti: ad esempio nel ricorso del governo Monti contro la sentenza del Consiglio di stato – poi confermata dalla Cassazione – che nel dicembre 2011 dichiarava illegittima la cosiddetta “emergenza nomadi” del 2008, madre di centinaia di sgomberi forzati, oltre che della costruzione di campi monoetnici privi di servizi elementari. O, anche, nella recente grazia concessa da Giorgio Napolitano a Joseph Romano III, capo della base di Aviano condannato in via definitiva per il rapimento di Abu Omar che offende, nelle parole del Presidente di Amnesty Antonio Marchesi, «tutti coloro che hanno lavorato perché si affermasse la giustizia». Ma anche nel silenzio di alcune forze politiche – Beppe Grillo compreso – alla richiesta di approvazione di un’agenda di dieci punti, in vista delle ultime elezioni politiche, proposta ai leader di coalizione e ai candidati (firmata da Berlusconi, Bersani, Monti, Pannella più 117 parlamentari).

Vale la pena poi ricordare che il contestatissimo accordo tra l’Italia e la Libia non è stato abolito, ma confermato nei contenuti dal nuovo accordo sottoscritto nell’aprile del 2012 dal ministro Cancellieri, nonostante le numerose condanne all’Italia della Corte di Strasburgo e le sanzioni per la ripetuta violazione dell’articolo tre della Convenzione Europea, che vieta l’allontanamento verso un paese in cui si può subire tortura. E poi l’assenza di uno specifico reato di tortura, nonostante la ratifica formale del Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che ha permesso ai responsabili delle violenze di Genova nel 2002 di evitare il carcere, tra prescrizioni e immunità, mentre «le istituzioni ancora non hanno fatto i conti con le responsabilità politiche e sistemiche e le vittime aspettano ancora scuse». Gravissimo per Amnesty che la proposta di un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani – l’Italia è uno dei paesi che ne sono privi – sia stata lasciata cadere nel silenzio, così come la richiesta di aggiungere il movente dell’omofobia alla cosiddetta Legge Mancino contro la discriminazione. «Per introdurre il reato di tortura come proibire sgomberi forzati non regge certo l’alibi della crisi», ha concluso Marchesi.

Ma l’Italia era solo uno dei 159 paesi analizzati nel Rapporto. Che, facendo il punto sulla situazione dei diritti umani nel mondo, mette l’accento soprattutto sulla situazione sempre più grave dei 214 milioni di rifugiati e migranti, spesso – ha spiegato la Direttrice generale Carlotta Sami – «trascinati in un ciclo di sfruttamento, lavori forzati e abusi sessuali, penalizzati da leggi inadeguate e attaccati dalla retorica nazionalista e populista che alimenta xenofobia e violenza nei loro confronti». I fronti conflittuali più gravi vanno dalla Corea del Nord al Mali, dalla Repubblica democratica del Congo al Sudan. E poi, ovviamente, c’è la Siria, 70.000 morti dal 2011, per la cui popolazione «un altro anno è andato perso», mentre il mondo è rimasto guardare.

Alcune note positive, tuttavia, ci sono: crescono attivisti e militanti contro le violenze, mentre i nuovi media consentono alle denunce di diventare capillari. «Le persone registrano con i telefoni cellulari e caricano in rete filmati che rivelano la realtà delle violazioni dei diritti umani in tempo reale», si legge nel Rapporto. Per questo, la battaglia per i diritti umani oggi si combatte anche ampliando la platea di chi accede al web, oltre che contrastando ogni tentativo di controllo dell’informazione. In Medio Oriente proprio come in America o in Italia.