Il caso del bambino conteso di Cittadella è ritornato sui giornali poiché la Corte d’appello di Brescia ha decretato di collocare il bimbo presso il padre, evidenziando il grave comportamento alienante della madre (“prova del suo comportamento alienante e possessivo (…) Di fronte a tale pervicacia nel comportamento materno non si ravvisano le garanzie che la predetta sappia far proseguire il figlio nel rapporto con il padre e non ponga nuovamente in atto ostacoli alla normalità del medesimo, facendo regredire il minore e ponendolo in posizione di grave rischio di disturbi della personalità, siano essi quelli che in campo scientifico vengono da parte degli esperti qualificati come PAS, siano gli agiti aggressivi che derivano dallo stato d’ansia (…) Non si tratta solo di conservare al bambino la bigenitorialità da intendersi come un patrimonio prezioso di cui i figli debbono poter disporre, ma di evitare che attraverso il rifiuto si vada strutturando una personalità deviante.”), ancorché giungendo ad una equa ripartizione dei tempi tra i genitori. La PAS (Sindrome da alienazione genitoriale) esiste ed è devastante tanto per il minore quanto per il genitore.

La lettura del decreto è illuminante perché riassume la guerra che si consuma da tempo sulla pelle dei minori e spesso anche sulla pelle di uno dei due genitori. Perché non sempre il conflitto è parimenti riconducibile a entrambi, anzi molto spesso v’è un configgente e una vittima. Intanto giova sottolineare come tale caso non sia raro ma anzi emblematico, rientrando nella quasi media dei contenziosi tra genitori, anche se non sempre si manifestano con una così virulenta battaglia. Ma se non si arriva a guerreggiare con una valanga di ricorsi, perizie e controperizie, denunce e controquerele, è per due motivi: occorre difatti avere un patrimonio solido (periti e avvocati costano); in molti casi uno dei due genitori (la vittima o il più debole) cede ai soprusi dell’altro, perché spossato o perché crede di fare l’interesse del figlio (con ciò sbagliando poiché il figlio, da grande, accuserà il genitore cedevole di avere rinunciato a godere la genitorialità appieno), così battendo in ritirata.

La seconda riflessione è che dimostra come almeno uno dei due genitori (in alcuni casi entrambi) nel perseguire con pervicacia l’obiettivo di contendere il figlio, – alienandolo all’altro per motivi tutti comunque ingiustificati (per usarlo per rivendicazioni economiche, per un pregresso psicologico e un vissuto complesso e sofferto, per punire l’altro genitore) – appaia un genitore disturbato che necessita di un adeguato sostegno psicologico o psichiatrico che lo aiuti a uscire da tale condotta. Un genitore disturbato che va curato per il bene del figlio in primis e per il bene della società poi (si pensi al suo eventuale ruolo educativo o a contatto con altri minori, così divenendo un virus contagioso).

L’alienazione del figlio può essere giustificata solo in casi di straordinaria gravità (abusi, stati cronici di dipendenza da droghe e alcool etc.) altrimenti privando il minore di un diritto fondamentale, quale quello alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata (pur in una fattispecie di disequilibrio quale quello della “separazione”). Nonché demolendo il diritto alla genitorialità del genitore alienato, fatto questo ignorato del tutto dai giudici.

E tale sostegno spesso non viene individuato, compreso come necessario da parte del giudicante, anzi alimentando ottusamente la spirale perversa dell’alienazione.

La terza riflessione è come tale conflittualità, che si riverbera sui minori contesi nelle famiglie disgregate, appaia in sensibile aumento e tragga origine da una violenza in vertiginoso aumento nella società e in famiglia. Conflittualità e violenza che debbono – nell’interesse di tutti, anche preservando il nucleo della famiglia quale fondamenta della società civile – essere arginate soprattutto alla radice, a partire dall’educazione nei primi anni di vita, in età scolare e prescolare. Scuola e famiglia devono educare a gestire il conflitto, ad accettare le sconfitte, a non prevaricare l’altro, a non strumentalizzare, a preservare un rapporto anche se dissolto. Nell’interesse reciproco e altrui.

Il terreno di scontro oggi si è trasfuso nella famiglia dove imperano rivendicazioni economiche (spesso il vero oggetto del contendere), sociali (riversando frustrazioni), culturali. E il minore diviene un’arma. Ma la scuola attuale non ha risorse e competenze per educare a tale equilibrio.

La quarta riflessione è che la magistratura, gli avvocati, i consulenti e gli assistenti sociali svolgano un ruolo troppo determinante (in negativo), non sempre dotati di grande equilibrio (equidistanza) e competenza, quando invece il conflitto non va solo gestito ma va efficacemente prevenuto o arginato (con una adeguata mediazione, oppure rendendo inerte ogni rivendicazione economica).

Questa è una battaglia fondamentale per il futuro di tutti noi.