Dopo anni in cui sei abituato a vincere, in cui sei stato campione italiano ed europeo, arriva il momento in cui l’importante è partecipare. E concludere la gara è già un successo. Perché la vita, e la moto che è la tua vita, ti ha privato dell’uso delle gambe, ma non della voglia di correre. E così Nicola Dutto, 43 anni, appena arrivato a Ensenada, Messico, dove si appresta ad affrontare gli oltre 800 km nel deserto della Baja California 500, una delle corse più prestigiose della specialità dell’enduro-baja (le moto fuoristrada), racconta a ilfattoquotidiano.it: “La tensione c’è, è inutile negarlo, ma svanirà appena arriverò nel deserto. E’ una gara difficilissima ma io sono pronto, l’obiettivo è concludere la gara: e sarebbe un grande successo. Non nego che poi più avanti, in gare meno difficili, mi piacerebbe cercare di lottare per un buon piazzamento, in fondo sono un pilota e lo spirito competitivo è ancora presente. So che non posso puntare a vincere gare mondiali tra i normodotati, ma forse posso ancora conquistare qualche bel risultato”.

Nicola a Ensenada sarà l’unico italiano alla partenza, e anche l’unico pilota paraplegico. Dopo che tre anni fa a causa di un incidente durante l’Italian Baja di Pordenone si lesionò la settima vertebra dorsale. Da allora, paralizzato dalla vita in giù, è costretto su una sedia a rotelle. E ha visto il mondo cambiare intorno a lui. “Le difficoltà principali che ho incontrato in questi anni si possono sintetizzare in tre parole: burocrazia, scetticismo e pietismo – racconta il pilota di Cuneo – Dopo l’incidente sono passato da atleta vincente a malato. Appena sono uscito dalla clinica, seduto sulla carrozzina, ho notato che la gente mi guardava in modo diverso e lo fa anche adesso: è una cosa molto brutta. Fortunatamente ho trovato anche chi ha creduto in me ed ha sposato la mia causa, considerandomi uno sportivo e non un paraplegico”. E così dopo una lunga rieducazione, fisica e psicologica, grazie a una volontà di ferro e al matrimonio con la sua compagna Elena, ha deciso di tornare in sella.

“Prima accetti la nuova condizione di vita, prima torni a vivere. In moto mi sento libero, la sensazione di libertà che trasmette è unica”, dice. Nel 2012 è tornato a correre per la prima volta in Spagna. “Per me gareggiare in moto è una cosa naturale, sono subito tornato a compiere dei movimenti che per me erano abituali, come se il tempo si fosse fermato e fossi tornato in sella dopo una vacanza. Durante la prova speciale ho riso e pianto contemporaneamente dentro al casco vedendo tanta gente che impazziva per me. Concludere quella gara è stata un’emozione indescrivibile. Tutti gli altri piloti si sono congratulati con me, perché sapevano bene cosa avevo affrontato”. Ma c’era un ultimo ostacolo da affrontare. Tornare sulla pista ‘maledetta’ dove il 20 marzo del 2010 avvenne l’incidente. Nicola l’ha fatto quest’anno, non come concorrente ma come apripista.

“Quando ho messo le ruote nel greto del Tagliamento ho provato una sensazione in po’ strana. Ho portato a termine la prova speciale che non avevo concluso tre anni fa, e vedendo il percorso mi sono reso conto di come un cambio di traiettoria di appena 20 centimetri possa cambiare una vita”. A Pordenone ha incontrato di nuovo colleghi, amici, tifosi, e anche l’infermiera che lo aveva soccorso tre anni prima. “E’ stato un incontro da pelle d’oca. Io non mi ricordavo di lei, ma è stato molto toccante”. Una tappa importante, tanto che oggi, continua Nicola “festeggio ogni anno il 20 marzo come l’inizio della mia nuova vita. Prima dell’incidente la mia priorità assoluta era il risultato, il cronometro, il tempo. Oggi l’importante è quello che sento, quel senso di libertà che provo mentre sono in moto. Quando sono in sella i miei problemi svaniscono completamente, provo delle sensazioni fantastiche, mi sento libero”.

Adesso il Messico, dove con una KTM 500 Exc allestita con i comandi al manubrio, sellino avvolgente e roll-bar di protezione per le gambe, sfiderà gli avversari di sempre. Sarà coadiuvato da Massimo Ravetta nel ruolo di ‘uomo ombra’, pronto ad assisterlo quando si deve fermare per i rifornimenti, che Nicola non può ovviamente poggiare i piedi a terra. Poi ha in programma di correre anche a luglio in Spagna e a novembre in California, per dimostrare a che ce la si può fare. “Anche se non mi sento un esempio, mi fa piacere se uno vedendo quello che faccio uno trova il coraggio per non arrendersi e tornare a fare ciò che faceva prima di un incidente – conclude la chiacchierata Nicola – Ma non mi sento un eroe o un modello. Ero un pilota prima dell’incidente e lo sono anche adesso. Se prima avessi fatto un altro lavoro, avrei fatto tutto il possibile per continuare a farlo anche da paraplegico. Per questo non mi piace essere considerato un modello o un eroe: sono solo un atleta che pratica lo sport che ama, come ha sempre fatto nella vita”.