Vivendo ormai lontana da casa, da tutto quello che sono abituata a chiamare casa, ho capito che la buona cucina, di qualsiasi nazionalità, è il vero ambasciatore della nostra capacità di comunicare profondamente, veramente.

Quando siamo nel nostro ambiente lo diamo per scontato. Creare un piatto con gli ingredienti giusti e una buona dose di fantasia fa parte del nostro modo di vivere, di essere italiani. Qui, a quasi diecimila chilometri di distanza, è diventato invece un modo per dire chi siamo, da dove veniamo, quanto amore mettiamo nelle cose che facciamo e quanto ci piace condividerle con gli altri.

Da quando ci siamo trasferiti in questo piccolo complesso residenziale abitato per lo più da giovani famiglie cinesi, miste ed expat con bambini tra i 2 e i 6 anni, ho capito che il modo migliore per fare amicizia è aprire la porta non solo di casa, ma della cucina. Che poi, nel nostro caso, essendo un open space è anche la stessa cosa. Siamo a Hong Kong da due mesi e ho infornato un paio di container di torte, pizze, focacce. Fatto sobbollire tonnellate di ragù, impastato strozzapreti e cavatelli, steso piani e piani di lasagne al forno. E la nostra casa, magicamente, è sempre piena.  Di bambini che non vedono l’ora di mettere le manine in pasta (ogni piccolo si prepara la propria pizza, è la regola), di adulti che bussano con una bottiglia di vino, una cassa di birra, un secchiello di gelato e tornano a casa infarinati fino ai capelli perché hanno voluto partecipare.

Non voglio fare l’ennesimo, superfluo spottone alla buona Italia a tavola. Il discorso vale per tutte le culture. Pochi giorni dopo aver assaggiato la prima infornata di lasagne, la nostra deliziosa vicina giapponese si è presentata portando con sé tutto l’occorrente, ingredienti e utensili inclusi, per insegnarmi a fare il sushi decorativo con le alghe nere. Arrotolando arrotolando, tagliando tagliando e anche molto ridacchiando del riso che avevo appiccicato fino al gomito, Keiko mi ha raccontato della sua infanzia a Tokyo, ho imparato come si dice gustoso in giapponese (anche se l’ho subito dimenticato dopo il secondo bicchiere di prosecco) e ci siamo trovate a chiacchierare della vita senza rigidità o barriere formali. E’ stato molto bello.

Ieri sera, raschiando alghe dal bancone della cucina ho pensato che le mie amiche più care, quelle che non vedo l’ora di riabbracciare e strapazzare al mio ritorno in Italia per l’estate, fanno esattamente la stessa cosa. Ogni volta che abbiamo bisogno di parlare, parlare di noi veramente, ci incontriamo davanti ai fornelli e una bottiglia di vino. Cucinare, assaggiare, gustare è un processo affettivo, oltre che culturale. I miei più grandi affetti sono legati al sapore condiviso, a una fiamma da regolare e alla pazienza di aspettare il momento giusto.

Per questo, sono felice di avere sempre un grembiule nel cassetto e tanta voglia di sporcarmi le mani in compagnia. Sento che questo mi permetterà di incontrare e conoscere nuove, belle persone. Intanto, sono felice anche di avere già il mio primo appuntamento con un’amica super a poche ore dall’atterraggio a Milano. A casa sua, davanti ai fornelli. Che c’è un sacco di vita da raccontare.