A soli due giorni dalla giornata internazionale contro l’omofobia i campi da calcio italiani ci forniscono l’ennesimo episodio sul quale riflettere, oltre che l’ennesima amarezza da mandar giù. Domenica scorsa, infatti, allo stadio Dall’Ara di Bologna Alessandro Diamanti ha ripetutamente insultato un giocatore avversario con l’espressione “finocchio di merda“. L’episodio, ripreso da alcuni giornali, pareva  all’inizio che potesse addirittura compromettere la chiamata del giocatore in Nazionale. Poi questa mattina ho letto sul giornale che invece il caso si è risolto in una telefonata di scuse tra il giocatore e l’avversario (Marco Borriello del Genoa) e in una rasserenata chiosa del ct della squadra azzurra, Cesare Prandelli. “Si sono già chiariti”, ha detto. E la vicenda è stata data per chiusa. Con abbondanza di argomentazioni, tra l’altro: “[Diamanti] in passato ha contribuito ad aste benefiche per il terremoto in Emilia e ha prestato il volto per campagne contro la violenza sulle donne” ci tiene a precisare il Corriere di Bologna. Che poche righe sopra raccontava di un “Borriello un po’ incredulo, vista la frequenza con cui l’attaccante ha animato le cronache rosa con i flirt più svariati”. Insomma la parafrasi potrebbe essere la seguente8: Diamanti è “buono”, fa la beneficenza, e in fondo quello che ha detto non è neppure vero, perché esistono le prove sui rotocalchi rosa dell’eterosessualità dell’avversario.

Nessuno ha fatto caso a un aspetto, che è poi quello fondamentale, cioè che Diamanti usa l’omosessualità come un insulto. Al pari di “ladro”, “porco” o qualsiasi altra offesa vi possa venire in mente. E che questo non è un incidente ma un malcostume, un segno di profonda inciviltà, un fatto che avrebbe dovuto far vergognare lui e tutta la sua società, compresi i dirigenti e i massaggiatori. Nessuna delle voci interpellate ha quindi osservato che quel che era accaduto non si sarebbe potuto risolvere con una telefonata tra insultato e insultante, telefonata che si sarebbe resa necessaria anche qualora Diamanti avesse detto a Borriello un banalissimo “cretino”. 

Il silenzio, poi, si propaga più del suono: mentre il Bologna Fc tace e Prandelli fa spallucce, dalla politica giunge un silenzio complice, che avvolge il sindaco di Bologna Virginio Merola, l’assessore allo sport Luca Rizzo Nervo e pure la ministra alle Pari Opportunità Josefa Idem, che molto dovrebbe avere a cuore, visti i suoi trascorsi olimpici,  il valore formativo dello sport. Ma per essere formativo, la Ministra lo sa bene,  lo sport ha bisogno di sanzionare l’infrazione delle regole: per insegnare che non si fa lo sgambetto in campo serve il cartellino giallo, se non addirittura quello rosso. Queste sono queste le regole del gioco e l’intransigenza rispetto a queste regole rende lo sport un luogo di crescita.  Di conseguenza, è importante  chiedere scusa quando si sbaglia, certo, ma  non saranno le scuse a invertire – per l’espulso – la rotta verso gli spogliatoi. La sanzione, a scuse fatte, resta.

Io penso che Diamanti avrebbe dovuto ricevere una sanzione esemplare, che gli ricordasse  che uno sportivo deve essere un esempio, irreprensibile se intende indossare la maglia della nazionale. Penso che Prandelli – o addirittura l’intervento autorevole della ministra Josefa Idem – avrebbe dovuto precludergli l’ingresso in Nazionale. Perché Diamanti – lo ha dimostrato – non è un campione, un esempio da mostrare. Quindi non merita di rappresentare questa volta il tricolore. Ha bisogno invece di meditare sul senso delle parole che sceglie e con le quali si rivolge agli avversari: non per chiedere scusa a qualcuno, bensì per formarsi, per crescere, per diventare un campione, qualcuno che ha qualcosa da insegnare. La sanzione, tra l’altro,  avrebbe lanciato un messaggio a un’intera generazione di sportivi e di tifosi, che si sarebbero trovati a confrontarsi col più amaro dei cartellini rossi ma anche con una delle più importanti lezioni di sport.