”Prendiamo atto della sentenza della Corte costituzionale sulla distruzione delle intercettazioni che hanno riguardato Mancino. Siamo fieri che quelle conversazioni sono rimaste segrete: non è uscita una riga in proposito, ma quello che poi è avvenuto in termini di attacchi alla Procura di Palermo è sotto gli occhi di tutti”. Il pm Nino Di Matteo, che indaga sulla trattativa Stato-mafia, è intervenuto sul caso delle telefonate tra il capo dello Stato e l’ex ministro. Non è la prima volta che il magistrato si scaglia contro gli ostacoli frapposti agli inquirenti per far luce su quella stagione stragista della mafia con cui, secondo l’ipotesi accusatoria, lo Stato scese patti. Il processo sul patto tra pezzi dello istituzioni e componenti di Cosa nostra per far cessare il terrore inizierà il prossimo 27 maggio e nella lista dei testi sono presenti anche i nomi del presidente della Repubblica e quello del presidente del Senato, Pietro Grasso.

Le toghe palerminate sono finite anche “sotto inchiesta” a causa delle indagini. La Procura generale della Cassazione ha aperto un’indagine disciplinare per capire se sia stato violato il principio di riservatezza. E sentendosi lasciati soli hanno anche lasciato l’Anm. Nei giorni scorsi duecento hanno sottoscritto una sorta di appello al Csm in cui si esprime preoccupazione per le eventuali conseguenze di un simile procedimento a carico del collega. Da Palermo, alla festa del consumo critico di “Addiopizzo”, Di Matteo, pesantemente minacciato di morte negli ultimi tempo, però sembra rassegnato: “Certo, prendo atto, e qui faccio una constatazione di fondo che altre conversazioni dello stesso Capo dello Stato e di quello che lo aveva preceduto, ugualmente irrilevanti dal punto di vista penale, erano invece state da altre Procure trascritte, depositate a disposizione delle parti, ed erano state pubblicate dai giornali. In quei casi non è stato sollevato alcun conflitto di attribuzioni nel nostro caso, invece sì”.

Di Matteo invoca una maggiore incisività da parte della politica: ‘”Da un punto di vista militare la mafia – sottolinea il magistrato – è diversa da quella del 1992; ma registriamo l’assenza di una legge che punisca l’autoriciclaggio, un sistema odierno di prescrizione molto breve che vanifica il lavoro del processo penale, una legge sulla corruzione come quella dell’anno scorso che pare quasi una presa in giro”. Mancanze gravi, che minano il lavoro delle forze dell’ordine. “Tutti questi fattori – ha aggiunto Di Matteo  – rendono difficile l’individuazione e la repressione di tutte quelle condotte penalmente rilevanti, come la turbativa d’asta, la corruzione o la concussione, attraverso le quali la mafia penetra nella vita sociale. Ci sembra di trovarci di fronte a un sistema a due velocità: giustamente efficace quando si tratta di procedere nei confronti dell’estorsore o del trafficante, quasi timido nei confronti del politico colluso con la mafia”.