Con un folk piuttosto scarno nelle strutture ma brioso nelle strumentazioni prevalentemente acustiche, Old Toys, secondo disco del giovane cantautore piemontese Nicolas J. Roncea, classe 1987, merita senz’altro un occhio di riguardo. Perché il ragazzo ha grandi doti e non molto da invidiare – a parte il successo – a personaggi sicuramente più fortunati di lui, come ad esempio Devendra Banhart, che tra l’altro, lo ricorda moltissimo. Allo stesso modo, infatti, Nicolas J. Roncea è uno che rivolge la propria sensibilità all’interno, fino al distacco nei confronti di tutto quel che lo circonda. Diventando un “Io” che improvvisamente parla a chiunque ne abbia la voglia e la pazienza di stare ad ascoltarlo. Un disco cantato in inglese, “con la coscienza che in Italia, dove siamo tanto attenti al testo e poco attenti alla musica, è un limite molto forte e per capire e apprezzare la mia musica è necessario fare uno sforzo in più, che purtroppo non tutti sono disposti a fare”. Nicolas racconta storie che possono appartenere a tutti, e per questo devono esser raccontate perché se dette sono vissute e se è vissute rimangono dentro le parole. Le parole che il tempo muove di generazione in generazione o anche solo nello spazio di un pomeriggio che si è scelto di dedicargli, mentre la mente si riempie di parole, di memoria e si avvicina al futuro. Per questo la musica è quello strumento di condivisione grandioso e sorprendente, che dà una soddisfazione unica e che ci porta a credere che non ci sia modo migliore di investire il proprio tempo e le proprie energie, in essa.

Nicolas, mi parli di te, del tuo background artistico, della tua visione riguardo la musica, cos’è che ti ha convinto nel voler diventare un musicista?
Mi sono avvicinato alla musica per mia volontà quando ero ragazzino e frequentavo le scuole medie. Ascoltando Nevermind dei Nirvana ho incominciato a suonare il basso da autodidatta e ho così formato la mia prima band nel 2001, i Fuh, che ancora oggi sono in vita e accompagnano la maggior parte delle mie domeniche pomeriggio. Non nego un passato legato all’ascolto della musica punk rock, in particolare californiana, prima di scoprire il noise, la musica sperimentale d’avanguardia fino ad arrivare al pop d’autore e al folk d’oltreoceano. La musica per me rappresenta l’opportunità di poter esprimere ciò che sento, di aprirmi al mondo senza preoccuparmi di quale effetto possa fare ciò che dico o quale emozione può scaturire negli altri. Si tratta di avere uno spazio tutto mio nel quale può entrare chiunque ovviamente, ma solo se lo vuole davvero. Cosa mi ha convinto a voler diventare musicista ad oggi è molto difficile dirlo: sicuramente all’inizio è stata la voglia di creare qualcosa assieme ad altre persone, uno strumento di condivisione grandioso e sorprendente che dà una soddisfazione unica e che mi ha portato a credere che non ci sia modo migliore di investire il proprio tempo e le proprie energie.

Mi racconti come nasce “Old Toys” e cosa rappresenta per te?
Old toys è un omaggio alla nostalgia: i vecchi giocattoli sono per me i ricordi. Ho cercato di riportare nei brani che lo compongono diversi aspetti del mio passato: la maggior parte dei brani hanno un carattere malinconico, altri nervoso, altri ancora spensierato. Della produzione artistica si è occupato Andrea Brasolin, un mio grande amico che mi ha dato l’opportunità di poter giocare con i miei brani e di pensare a degli arrangiamenti che diversamente non sarei riuscito nemmeno a prendere in considerazione dato che la natura dei brani è di stampo acustico nella forma chitarra-voce.

Qual è la tua filosofia guida nella vita?
Non credo di avere una vera e propria “filosofia guida” nella mia vita. Credo che nel proprio percorso un individuo debba semplicemente inseguire ciò che lo conduce al proprio benessere: gli affetti, le passioni o gli ideali che siano. Ci sono tre principi che ritengo fondamentali per me: la trasparenza, la coerenza e l’umiltà. La trasparenza mi permette di andare a dormire sereno ogni notte e di non avere pesi sulla coscienza, la coerenza di dare un senso alla vita e l’umiltà di aprire gli occhi verso gli altri, imparare ad apprezzare le qualità altrui, ammirare e prendere spunto per crescere.

C’è un artista che ammiri in particolar modo?
Ce ne sono molti e per periodi diversi della mia vita “il mio artista preferito” cambia. Non c’è veramente un musicista o cantante che ammiro in assoluto più di altri. Tuttavia un artista che mi ha ispirato più di ogni altro in questo ultimi due anni è Elliott Smith, un autore di una delicatezza e fragilità unica con una capacità di esprimere le proprie emozioni attraverso la musica invidiabile. Se potessi avere una lampada del genio tornerei indietro nel tempo prima del 2003 (anno in cui se ne è andato) e desidererei poterlo incontrare.

Come consideri il panorama musicale italiano?
Seguo la musica che c’è in Italia, mi piace andare ai concerti e credo che la vera qualità, innovazione ed originalità si trovi nel circuito di artisti e band che definirei “underground” da non confondersi con “indipendente”, termine di cui si è abusato e che col tempo è diventato insignificante. Se invece parliamo degli artisti più riconosciuti in Italia fra i “big” (intendo dire quelli che ascoltiamo in radio o vediamo al concerto del primo maggio a Roma) sono davvero pochi quelli che riesco ad ammirare. Ho avuto la fortuna di poter collaborare con alcuni fra questi e sento di essere davvero fortunato perché ho potuto constatare che non c’è niente di più bello nel vedere un grande musicista che poi si rivela prima di tutto una grande persona. La qualità in Italia c’è ed è inconfutabile. Quello che manca è la curiosità di scostare la tenda per guardare fuori dalla finestra.

Cosa consiglieresti a un discografico?
La parola discografico non la sento da tantissimo tempo e ti ringrazio perché son felice di poter immaginare nuovamente quel soggetto sovrappeso, con l’auricolare sempre nell’orecchio e l’agenda perennemente in mano che viene verso di me e mi dice “fammi un po’ sentire se la roba tua si vende ma fai in fretta che sono un po’ di corsa”. A un discografico di questo tipo, che definirei “A” direi solo che la musica è una cosa seria: dietro agli autori veri c’è un percorso importante, c’è un impegno, una costanza, spesso anche una frustrazione gigantesca e una delusione forte. Quindi gli consiglierei solo di portare rispetto a chi prova ad aprirsi al mondo portando qualcosa di proprio, indipendentemente dai risultati che ottiene. Naturalmente non voglio generalizzare, mi piaceva scherzare sull’immaginario collettivo, so che esistono dei discografici di tipo “B” che lo fanno con la passione, investono energie, denaro e tempo rischiando sulla propria pelle quando credono in un progetto. Consiglierei quindi a un discografico di essere un tipo B e non un tipo A.