“Il film non ha una storia o una trama, per questo abbiamo aggiunto il gatto. Sì, il film gira tutto intorno al gatto!”, scherza Joel Coen. 1961, la scena folk del Greenwich Village, prima di Bob Dylan: come lui, Llewyn Davis (Oscar Isaac) ha un nome gallese (sfottuto senza pietà), come Phil Ochs dorme sul divano di una coppia di amici cantanti, Jim (Justin Timberlake) e Jean (Carey Mulligan).

In Concorso a Cannes, dove hanno già vinto la Palma d’Oro con Barton Fink nel 1991, i fratelli Joel ed Ethan Coen si ispirano alla figura del cantautore folk Dave Van Ronk, amico e precursore di Dylan, Joni Mitchell e tanti altri scomparso nel 2002, prendono spunto dalla sua autobiografia The Mayor of MacDougal Street, e sostituiscono al bluegrass di Fratello, dove sei? il folk, questo misconosciuto, dell’era pre-Menestrello di Duluth, ritrovando l’Odissea e un gatto di nome Ulisse.

Non è Inside Llewyn Davis il piccolo film dei Coen che qualcuno attendeva, ma un serio candidato alla vittoria del 61° Festival di Cannes, una sardonica, scanzonata e cantata evocazione dell’arte-vita senza successo: Llewyn è un loser di qualità, la gente plaude il folk tradizionale e cheesy di Jim and Jean e si disinteressa della sua produzione, solista dopo la perdita del compagno Mike, suicida dal George Washington Bridge.

Llewyn non si lascia vivere, ma non sa vivere: senza fissa dimora, divani da scroccare per dormire ad amici, professori e sorella, un gatto di cui non sa prendersi cura (ma come Ulisse ritorna…), gravidanze indesiderate (Jean) lasciate in dote, un peregrinare abulico e cinico, saltuariamente rabbioso, sempre sconfitto nella New York e, on the road (guida Garrett Hedlund, il Dan Moriarty dell’adattamento di Walter Salles), nella Chicago raggelate dall’inverno. Non c’è clemenza per Llewyn, i tempi non sono maturi, è l’uomo giusto al momento sbagliato, e anche su quel giusto ci sarebbe da dire. I Coen sfoderano il loro ormai proverbiale umorismo, ma non lo salvano, non possono: Llewyn è l’apripista senza meta né traguardo, altri – Dylan – incasseranno per lui. Allora, non resta che provare a capirlo, intuire, vedere quel che ha dentro, inside Llewyn Davis. Questo lo vediamo, viene fuori dalle schermaglie con la sboccata Jean, le singolari tenzoni in macchina con il folksinger eroinomane Roland Turner (John Goodman, wellesiano…) e le sue traiettorie sfigate tra club, strade, impresari e quegli amici che non sa ricambiare. Quando canta lo fa bene, eccome, ma chi l’ascolta?

In fondo, Inside Llewyn Davis è un dramma dell’incomunicabilità, interiore e relazionale: non che Llewyn debba vendersi, del resto non lo sa fare, ma nemmeno riesce a dirsi. Potrebbe sembrare un film triste, ma è tutt’altro: si ride, non di Llewyn, ma con Llewyn e la sua corte senza re. Insieme, non lo compatiamo: non ha quella simpatia, né quel vittimismo, lo spettatore assiste impotente, ma senza troppi crucci.
Superba fotografia di Bruno Delbonnell (l’abituale Roger Deakins salta un giro, senza rimpianti), ricostruzione ambientale e atmosferica ben curata (sembra di essere lì, al Village di 50 anni fa), soundtrack super curata da T Bone Burnett (Fratello, dove sei?), Inside Llewyn Davis offre un Oscar Isaac da premio, e non solo sulla Croisette, attori di contorno all’altezza (Timberlake autoironico, sugli scudi la Mulligan, versione bruna e da sciacquarle la bocca) e la sensazione forte che dietro questo amaro, spassoso divertissement si celi il pensiero di Pascal: “l’infelicità naturale della nostra condizione, debole, mortale e così miserabile che nulla ci può consolare quando la consideriamo seriamente”.

E per gli artisti, si sa, è peggio. Allora, sostengono i fratelli Coen, non ci resta che ridere. Restituendo a Dave Van Ronk la grandezza postuma del genio incompreso.