Ho una figlia nata in Brasile. Sono rimasto in questo paese due anni, con un contratto a tempo determinato, lavorando per un’Agenzia delle Nazioni Unite. Avevo una sorta di passaporto diplomatico, la cui durata era legata a quella del mio contratto. E mia moglie, in quanto “spouse” di un funzionario internazionale, non aveva diritto al permesso di lavoro e quindi era costretta a stare a casa. Insomma, era chiaro che eravamo di passaggio in quel meraviglioso paese. E, peraltro, mia figlia nacque quando mancavano solo tre mesi alla fine del mio contratto e il mio datore di lavoro mi aveva già comunicato la destinazione successiva.

Mia figlia è cittadina brasiliana. Ius soli, avete indovinato. Dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi ha acquisito la nazionalità brasiliana. Quando rientrammo in Italia, andai a registrarla all’anagrafe italiana e il solerte funzionario, esaminando le carte, mi disse con tono minaccioso: “Vedo che avete scelto di acquisire anche la nazionalità brasiliana. Sappia che a 18 anni sua figlia dovrà scegliere tra noi e loro: se sceglierà la nazionalità italiana, perderà automaticamente quella brasiliana. E viceversa”. Il giorno dopo chiamai la Policia Federal in Brasile per avere chiarimenti. Risposta: “Non si preoccupi. La sua bambina per noi è e resterà sempre cittadina brasiliana indipendentemente dalle scelte che vi sollecitano nel suo paese, che è notoriamente ostico sul tema”. Clic.

Ogni tot vado con mia figlia a rinnovare il suo passaporto brasiliano al Consolato a Milano. E’ uno dei miei momenti preferiti dell’anno. La funzionaria (non sempre la stessa, quindi deve essere una politica condivisa e dettata dall’alto) ci guarda, felice di sentire che parliamo la sua lingua. E si rivolge immancabilmente a mia figlia, dicendole: “E allora, come sta la mia splendida ragazza brasiliana?”. Vi assicuro che è un’emozione unica sentirsi così accolti ed ospitati da un paese lontano migliaia di chilometri, ma che ti fa comunque sentire parte della propria comunità. Immagine distante anni luce dalle inaccettabili code degli immigrati alle 4 del mattino davanti alle questure italiane, per rinnovare il proprio permesso di soggiorno.

Lo avrete capito, sono favorevole allo Ius soli. Con delle tutele, per carità, come esistono in altri paesi. Genitori che devono avere risieduto nel paese per almeno 5 anni durante gli ultimi 8 prima della nascita del figlio. Concessione “temporanea” di cittadinanza al neonato, da confermarsi in età adulta se dimostrerà di avere vissuto nel nostro paese per almeno 10 anni su 18, avendo frequentato almeno un ciclo completo di scuola. Le soluzioni adottate da altri paesi sono svariate. Ammiro il Brasile (che è un sublime esempio di tolleranza e convivenza etnica e religiosa) per la sua scelta, ma comprendo anche che siano immaginabili soluzioni più “mediate”.

Detto ciò, anche io ritengo che il neo ministro per l’Integrazione abbia fatto un passo troppo lungo. Ricordiamoci che questo è un governo di tutela e mediazione, non eletto dai cittadini nella composizione attuale, che deve garantire solamente la tenuta economica e sociale per un periodo forzatamente breve. Una decisione come quella sullo Ius soli, se adottata seriamente e in maniera strutturata, implica la revisione completa delle politiche migratorie e del sistema di concessione dei visti di lavoro per stranieri (con un sistema di matching tra richieste di visto e professionalità richieste dal mercato del lavoro come esiste in Canada ed Australia, ad esempio), tra le altre cose. Responsabilità che deve assumersi un governo di programma, e non di salvaguardia come quello attuale. Buttare lì il sasso a casaccio come ha fatto il Ministro Kyenge è servito solamente ad alimentare la marea xenofoba di alcuni partiti, contribuendo a desvirtuare un dibattito che va svolto in altri termini e tempi. Insomma, un’ingenuità commessa in buona fede che temo sotterrerà il tema per qualche anno.