Davide contro Golia: questa è la prima immagine che mi è balzata davanti agli occhi ieri quando ho appreso che il minuscolo Stato dell’Unione delle Comore ha portato Israele davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia. Ho dovuto ricorrere a Google map per scoprire che le isole Comore, il terzo più piccolo stato africano, sono un piccolo arcipelago sovrano che si trova nell’oceano indiano, per la precisione tra il Mozambico e il Madagascar. Cosa c’entrano queste isole esotiche e dal passato travagliato con Israele e la Corte penale internazionale (Cpi)? Il fatto è che una delle navi della flottilla in rotta su Gaza che fu attaccata dall’esercito israeliano la notte del 31 maggio 2010, la Mavi Marmara, batteva appunto bandiera delle Comore; in base alle regole di diritto internazionale i fatti avvenuti su quella nave, attaccata mentre si trovava in acque internazionali, è come se fossero stati commessi sul territorio delle Comore stesse.

In quella tragica occasione persero la vita nove passeggeri della nave e molti altri furono feriti, anche assai gravemente. La Mavi Marmara era decisamente la più grande delle otto barche che componevano la flotilla, con ben 546 passeggeri a bordo, di cui 353 di nazionalitá turca (tra cui tutti e nove i morti) e 193 di altri paesi e da tutti i continenti, dall’Europa all’Australia, dall’Asia all’America.

Come rivelato dalle autopsie, sette delle vittime furono uccise da numerosi proiettili sparati a distanza ravvicinata in punti vitali: cinque furono colpiti anche di spalle. In particolare Cengiz Akyuz, Cetin Topcuoglu e Furkan Dogan furono uccisi con colpi di pistola alla nuca, mentre Ibrahim Bilgen con un colpo alla tempia. Solo due persone furono uccise da un singolo colpo: Cevdet Kiliclar colpito in mezzo agli occhi, e Cengiz Songur alla gola. Le testimonianze degli altri passeggeri e le ferite riscontrate sul corpo di Furkan Dogan, alla faccia, sul retro del cranio, alla schiena e alla gamba, suggeriscono che il ragazzo fu finito mentre era già riverso a terra ferito.  Almeno due passeggeri sarebbero stati uccisi da colpi sparati dagli elicotteri ancora prima dell’arrembaggio della nave da parte delle forze israeliane.

Persino il rapporto della commissione di indagine commissionata da Israele (c.d. rapporto Palmer) pubblicato il 2 settembre 2011, nonostante le molte inesattezze e politicizzazione dei suoi membri non ha potuto fare a meno di concludere nel senso che: “Le morti e le ferite risultanti dall’uso della forza da parte delle forze israeliane durante la cattura della Mavi Marmara sono inaccettabili…Nessuna spiegazione soddisfacente è stata fornita al Panel da parte di Israele per alcuna delle nove morti. Le prove forensiche che dimostrano che molti spari hanno colpito la maggior parte dei deceduti, anche di schiena o sparati da distanza molto ravvicinata, non sono state adeguatamente prese in considerazione nel materiale presentato da Israele”.

Il precedente rapporto della Commissione di indagine dell’Onu, presieduta da un ex-giudice della Corte penale internazionale, concludeva che l’azione dei militari israeliani contro i passeggeri della flottilla “non solo fu sproporzionata, ma ha mostrato livelli di violenza incredibile e totalmente non necessaria. [Tale condotta] ha tradito un inaccettabile livello di brutalitá e non può essere giustificata o scusata sulla base di motivi di sicurezza o per nessun altro motivo. [Tale condotta] ha integrato una grave violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.” (par. 264). I crimini ipotizzati dal Rapporto in questione erano omicidi intenzionali, torture e trattamenti inumani e intenzionale inflizione di gravi sofferenze, tutti punibili come crimini di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra (par. 265).

È in questo quadro che si inserisce la denuncia (referral) delle Comore alla Cpi. L’arcipelago sovrano, per quanto piccolo, è membro di tutte le più importanti organizzazioni sovranazionali e internazionali e – quel che più conta – è membro della Corte, avendone ratificato il trattato istitutivo nel 2006.

Tecnicamente si tratta di un “self-referral”; termine usato quando uno Stato porta all’attenzione della Cpi una situazione avvenuta nel suo territorio, chiedendo l’apertura di un’indagine per la sospetta commissione di crimini sotto la giurisdizione della Corte (crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio) perché ritiene di non avere la capacità di procedere a livello domestico. Non è la prima volta che la Corte riceve un self-referral, al contrario: sono la maggioranza le indagini aperte all’Aia a seguito di questa sorta di “auto-denuncia” degli Stati. È avvenuto ad esempio nel caso dell’Uganda, del Congo, della Repubblica Centrafricana e della Costa d’Avorio.

E tuttavia ciò che è senza precedenti è un self-referral di uno Stato che implichi la responsabilità di cittadini di nazionalità di un altro Stato. Nel caso in questione si tratta infatti di presunti crimini commessi sul territorio (la nave) delle Comore, ma da militari israeliani. La denuncia, portata a nome delle Comore da uno studio legale turco, è stata consegnata alla Procuratrice della Corte, Fatou Bensuda, in data 14 maggio. La Procuratrice ha immediatamente annunciato l’apertura di una “preliminary examination della situazione, al fine di decidere se vi siano le basi giurisdizionali per aprire una indagine sui fatti contestati, qualificati come crimini di guerra e contro l’umanità. Occorre notare che non vi è alcun obbligo di apertura delle indagini in senso stretto (il Procuratore della Cpi mantiene assoluta discrezionalità sul punto, anche qualora vi sia la richiesta, come in questo caso, da parte di uno Stato) ed il risultato del procedimento non è affatto scontato.

In realtà, sebbene sulla carta paiono esserci  elementi sufficienti per fondare una decisione in tal senso, sarebbe sorprendente se la Cpi decidesse di accogliere la richiesta di apertura indagini: fino ad oggi, infatti, la Corte ha purtroppo preferito non occuparsi, sebbene ne avesse la possibilità, della questione Israelo-palestinese, una patata bollentissima di difficile gestione.

Quel che è certo è che il sistema di giustizia interna in Israele non funziona quando si tratta di condurre indagini effettive su presunte violazioni delle leggi di guerra da parte dell’esercito israeliano. Questo è stato tra l’altro confermato in modo indelebile da una commissione interna israeliana, che ha recentemente pubblicato un lunghissimo e dettagliato report, il Rapporto Turkel, sullo stato delle indagini in Israele, che era stato commissionato proprio a seguito dei fatti della flottilla.

Della situazione disastrosa di Gaza, che poi era il motivo per cui i passeggeri della Mavi Marmara stavano tentando di forzare il blocco navale imposto da Israele, nessuno pare invece più interessarsi.