Mentre il senatore-imputato e già più volte condannato Silvio Berlusconi finisce il suo lavoro ventennale – in un’atmosfera soporifera e di rinnovata pacificazione – di sfasciare un potere dello Stato, quello giudiziario, ad un’altra latitudine e longitudine se ne misurano gli effetti nefasti. Accade che per colpa di una giustizia depotenziata e delegittimata una pattuglia di boss e affiliati di alto rango ha lasciato le patrie galere. C’è un tempo tecnico – infatti – entro il quale occorre chiudere i tre gradi di giudizio. Se si supera il limite – a garanzia degli imputati e condannati non in via definitiva – il tribunale del Riesame può ordinare la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Appunto. A Torre Annunziata e più precisamente a Palazzo Fienga, storica roccaforte della cosca dei “Valentini”: la gioia, l’allegria, la festa è stata incontenibile. Fuochi d’artificio e brindisi in strada con champagne. Lacrime e commozione. Risa sguaiate e proponimenti di ritornare “grandi”. Questa è camorra-camorra. Valentino Gionta ne è stato il capostipite. Moglie, figli, nipoti e luogotenenti nonostante la sua condanna a vari ergastoli hanno continuato nel suo solco “evangelizzando” criminalmente i territori.

Negli anni Ottanta Valentino Gionta è un boss emergente. Potente e spregiudicato. I capi camorra lo guardano con sospetto. Ha una marcia in più. Palazzo Fienga, l’ex pastificio di Don Annibale, viene occupato e trasformato in quartier generale. Il suo sparuto gruppetto di affiliati diventa in poco tempo un clan organizzato. A Torre Annunziata comanda lui. E’ un camorrista che ha l’occhio lungo. Si avvicina al potere politico e al potere economico. I “Valentini” diventano l’anello di congiunzione. Intuizione che i Casalesi trasformeranno in sistema. L’8 giugno 1985 in una tenuta di Marano, roccaforte della potentissimo clan dei Nuvoletta federato alla mafia siciliana di “Cosa Nostra”, viene stanato e arrestato. Due giorni dopo Giancarlo Siani, corrispondente a Torre Annunziata per il quotidiano “Il Mattino”, in un articolo solleva il dubbio che l’arresto del padrino sia avvenuto a causa di un tradimento dei Nuvoletta medesimi. “La cattura di Valentino Gionta potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con clan dei Bardellino” scrive Giancarlo. Il 23 settembre successivo (quattro giorni dopo avere compiuto il suo ventiseiesimo compleanno), il giornalista viene ammazzato, sotto casa, nel quartiere del Vomero.

Fa impressione vedere rimessi in libertà gente del calibro di Teresa Gionta e Aldo Agretti, rispettivamente figlia e nipote del padrino. A loro ne sono seguiti – in questi giorni – altri. La rabbia è tanta. Il “tutti liberi” rappresenta una grande sconfitta. Una doccia gelata per l’antimafia che nel 2008 era riuscita con il blitz “Altamarea” a stringere le manette ai polsi di ben 76 “Valentini”. Un successo investigativo in cui si documentava con dovizia di particolari come la cosca di Palazzo Fienga gestiva il narcotraffico, lo spaccio, il racket delle estorsioni e l’usura. Senza dimenticare la guerra verso altri clan rivali e quindi i ferimenti e i morti ammazzati. Tre generazioni alla sbarra, dai coniugi Valentino Gionta e Gemma Donnarumma, ai figli, e ai figli dei figli. Tutti imputati. Nel 2010 la prima sentenza di condanna di primo grado seguita dopo due anni dalla conferma in Corte d’Appello per molti anni di pena. Il corto circuito scatta giusto un mese fa. Ritardi accumulati, notifiche sbagliate, ingorghi burocratici, slittamenti tecnici, cavilli sanciscono a intervalli regolari le scarcerazioni.

Mentre Teresa Gionta torna a Fortapàsc e rientra nella sua dimora (non si capisce perché l’etnia Gionta non si riesca a buttarla fuori da palazzo Fienga) altri suoi pari tra loro il cassiere della cosca Vincenzo Pisacane dalla Sardegna è tornato a Torre Annunziata da uomo libero in attesa della Cassazione. Al quadrilatero delle carceri, è così soprannominato lo spazio dove sorge la roccaforte dei “Valentini” si è improvvisamente rianimato. Sembra essere tornati ai “fantastici” anni Ottanta quando Valentino Gionta era un padrino in ascesa e spavaldo in sella alla sua moto veniva ossequiato, onorato e seguito dal codazzo della sua scorta armata. Altri 41 imputati che in primo grado e in appello hanno incassato pene detentive inferiori ai 10 anni, aspettano lo stesso verdetto del riesame. L’iter è lo steso per tutti. Provvedimento di scarcerazione dei giudici del tribunale delle libertà dopo il rifiuto della corte d’Appello.

Non meravigliatevi se c’è il rischio concreto che possa riesplodere una guerra di camorra oppure che si comincino a regolare i conti in sospeso. Si sa quelli non scadono mai. Ultima annotazione: in questa specie di governo politico e di pacificazione tra un attacco alla magistratura, un ministro dell’Interno che partecipa a un comizio, un presidente di commissione giustizia che visita in carcere un deputato inquisito per rapporti con i clan si riesce a trovare il tempo per inserire in agenda la lotta alle mafie e il sostegno con mezzi e uomini a chi la lotta la conduce davvero?