forzanuova-immigrazioneL’immigrazione uccide. Questo lo slogan di una campagna di Forza Nuova che punta sull’emozione per il gesto di un ghanese che a Milano ha ucciso a colpi di piccone alcuni ignari passanti. Delitto con le cui vittime siamo solidali, anche se riteniamo sia da attribuirsi, piuttosto che ad una attitudine criminale del soggetto legata all’etnia, ad una temporanea follia come in altri casi analoghi verificatisi  in Italia e nel mondo ad opera di persone di ogni nazionalità.

Potremmo rispondere alla generalizzazione operata da FN ricordando Cheik Sarr, il ragazzo senegalese morto affogato nel 2004 per salvare uno sconosciuto bagnante a Castagneto Carducci e Othman Naser Ben Abd Aziz, tunisino incensurato sprovvisto del permesso di soggiorno che nel 2006 salvò tre bagnanti che stavano per annegare nei pressi di Chieti, Iris Palacios Cruz, immigrata irregolare dell’Honduras morta nel 2006 nell’Argentario per portare in salvo la bambina italiana che accudiva e Victoria Gojan, la badante moldava clandestina che nel 2008, al Lido di Venezia, salvò dalla morte per inalazione di monossido di carbonio la coppia di anziani che accudiva o ancora  il trentenne immigrato irregolare senegalese, Sarr Gaye Samba Diouf, che nel giugno 2001, a Rimini, intervenne in difesa del gestore di una panetteria minacciato da alcuni avventori, uno dei quali – italiano – lo accoltellò a morte.

E, partendo da quest’ultimo caso, sarebbe altrettanto facile ricordare i tanti delitti in cui sono stati italiani ad uccidere in modo barbaro degli stranieri, anche bambini. Ma noi non generalizziamo casi isolati, seppur significativi, e preferiamo affidarci ai dati e al buonsenso.

Uno dei dati più rilevanti è il numero degli infermieri stranieri in Italia (di cui oltre il 40% romeni), che supera il 10% del totale  e che per quasi il 40% è costituito da extracomunitari. E sono figure essenziali, di cui non possiamo fare a meno: già nel 2008 un rapporto dell’OCSE denunciava nel nostro paese, soprattutto nel nord, la carenza di infermieri, con rischio di collasso del sistema sanitario nazionale, visto l’alto tasso di pensionamenti di queste figure rispetto alle assunzioni e vista la contemporanea crescita dell’età media della nostra popolazione. Dopo quel rapporto, gli infermieri stranieri in Italia passarono da 7000 a 38000 in due anni e continuano ad aumentare, per nostra fortuna. Vi sono poi più di un milione e mezzo di badanti, che ormai sono indispensabili per una famiglia su 10, come ricorda un rapporto del Censis, e costituiscono anche un risparmio considerevole per il welfare nazionale.

Per ciascun assassino immigrato vi sono perciò decine di migliaia di infermieri e badanti stranieri che alleviano sofferenze e salvano vite, quindi l’immigrazione (guardando ai numeri, non strumentalizzando le emozioni) salva le vite degli italiani. Per non parlare del contributo dato dagli oltre due milioni di immigrati regolari al Pil nazionale (10%), all’Inps (7 miliardi di euro), al fisco (3,2 miliardi di euro) e alle nostre pensioni.

E’ vero che l’immigrazione porta un aumento della criminalità in tutti i paesi ospitanti, ma gli stranieri nelle nostre carceri superano percentualmente gli italiani, con riguardo alla rispettiva popolazione, anche perché in maggioranza arrestati proprio per clandestinità, o perché hanno meno capacità difensiva degli italiani, mentre proprio in prigione trovano una “scuola” che addestra al crimine. Inoltre, rendere difficoltosa l’immigrazione regolare alimenta gli affari della criminalità organizzata (trasporti illegali di migranti, tratta di persone, sfruttamento della prostituzione), non di rado gestita da italiani.

Questi fattori dovrebbero stimolare politiche di regolarizzazione, come pure il fatto che la criminalità è alta solo fra gli immigrati irregolari e quasi assente per i regolari. Infatti, a parte i delinquenti di professione, presenti in tutte le popolazioni e culture, molti di coloro che migrano in altri paesi (con disponibilità a fare lavori rifiutati dagli autoctoni) vengono coinvolti in attività criminali proprio perché non hanno accesso ad un lavoro regolare, ad un contratto d’affitto e non riescono a soddisfare i bisogni minimi, venendo respinti dallo Stato nelle frange peggiori della società locale.