I falchi per marcare la linea sulla giustizia, le colombe per garantire la tenuta del governo. Obiettivo: blindare le larghe intese e provare a salvaguardarsi agendo dall’interno dell’esecutivo. Dopo la condanna in Appello al processo Mediaset e la richiesta di sei anni per il caso Ruby, Silvio Berlusconi sembra aver cambiato strategia. Non più gli attacchi diretti e personali ai giudici (vedi comizio di Brescia), ma profilo da “saggio” per continuare a mantenere “un’opa” sul governo Letta. L’indizio dell’inversione di rotta è una telefonata mancata, quella con cui ieri il Cavaliere avrebbe dovuto rispondere, in prima serata su Rete 4, alla requisitoria del pm Ilda Boccassini, la nemica numero uno, che per lui ha chiesto 6 anni di reclusione e l’interdizione vita natural durante nell’ambito del processo Ruby.

Ciò non significa, tuttavia, che Berlusconi ha deciso di non rispondere agli attacchi. Lo fa per interposta persona, tramite la prima linea del Popolo della Libertà. Oggi la conferma. Nel silenzio dei vari Alfano e Quagliariello, gli unici a sparare alzo zero sul caso Ruby sono stati Daniele Capezzone, Francesco Nitto Palma e Daniela Santanché, con al contempo Maria Stella Gelmini e il ministro Nunzia De Girolamo a rassicurare Enrico Letta. Una strategia a fasatura variabile forse studiata a tavolino nella riunione di ieri a Roma, quella – per intenderci – che ha sostituito all’ultimo momento l’ennesima manifestazione davanti al tribunale di Milano. Una protesta che, nel ragionamento “governativo” del Cavaliere, avrebbe alzato troppo i toni e creato una spaccatura forte con gli alleati di centrosinistra. Il ritiro spirituale del governo a Spineto ha poi confermato la linea: no a ministri nei comizi. Ma i falchi, ovviamente, continuano a sorvolare la preda.

Dai falchi coro unanime: “Uso politico della giustizia”
”A proposito della vicenda Ruby, del fragilissimo e direi inconsistente impianto accusatorio e della esorbitante richiesta dei pm, gli italiani hanno capito quello che c’era da capire” ha detto Capezzone, secondo cui “è in corso un attacco politico contro un leader scelto democraticamente da dieci milioni di italiani”. Poi il messaggio, a chi ha orecchie (governative) per intendere: “I cittadini che amano la libertà e la democrazia non consentiranno che i processi, e a maggior ragione processi tanto fragili e inconsistenti, siano usati come ‘tempi supplementari’ per cambiare il risultato di partite elettorali in cui qualcuno non è riuscito a sconfiggere Berlusconi e il Pdl”. 
Ancor più dura la presa di posizione di Daniela Santanchè, per cui “è una cosa certa che Berlusconi sarà condannato il 24 giugno”. La vicepresidente della Camera, poi, ha rivolto parole di fuoco nei confronti del procuratore aggiunto di Milano: “Il fatto che la signora Boccassini abbia detto che tutte le donne che frequentavano Arcore erano delle prostitute – ha detto la Santanchè – significa che mi sono presa della prostituta perchè sono andata decine di volte lì a cena o a pranzo, visto che Berlusconi è anche il nostro leader politico”. Maggiormente misurate, ma dal peso specifico ben più importanti le parole dell’ex Guardasigilli Francesco Nitto Palma, per cui la “la richiesta del pubblico ministero Ilda Boccassini, richiesta di parte, lascia non indifferenti perplessità”. Non solo. Il presidente della commissione Giustizia del Senato ha specificato anche che, in caso di condanna di Berlusconi, “sarebbe il primo caso nel mondo occidentale di un leader politico escluso dalla politica non per il dissenso degli italiani, ma per via giudiziaria”.

Le colombe: “Processo mediatico, ma Letta stia tranquillo”
Al contempo, mentre i falchi soffiavano sul fuoco, le colombe del Pdl hanno fatto da contrappeso. Con voci parimenti autorevoli, come quella di Nunzia De Girolamo. “Non saranno gli odi personali e le costruzioni giuridiche ad arte o giudiziarie a fermare la sua opera di pacificazione del Paese” ha detto il ministro dell’Agricoltura, secondo cui “se oggi siamo al governo lo siamo grazie a Berlusconi, che ha dato sostegno a questo governo nell’interesse del Paese e della stabilità del Paese”. Sulla stessa linea d’onda Maria Stella Gelmini. L’ex ministro dell’Istruzione ha utilizzato parole ancor più esplicite: “Letta può stare tranquillo: Il Pdl non farà imboscate, anzi abbiamo dimostrato una grande maturità, nell’anteporre il bene del paese, volendo fortemente un governo che aggredisca prima possibile le gravi questioni della crisi, alle questioni interne, alle ambizioni di partito”.

Boccia (Pd): “Berlusconi saggio”. Violante: “Riforma giustizia è priorità”
Le carezze del Pdl hanno avuto un certo effetto nel Pd, o almeno in quella parte indissolubilmente fedele al premier. Come Francesco Boccia: “Penso che questa vicenda (il caso Ruby, ndr) non debba intaccare minimamente il governo e l’ha detto con grande saggezza lo stesso Berlusconi” perché altrimenti si metterebbe “in crisi non il Governo ma la legislatura”. E in quota Pd c’è anche chi auspica al più presto una riforma della giustizia (il vero sogno di Berlusconi). Trattasi di Luciano Violante, che in un’intervista ad Avvenire ha spiegato che ”il capitolo riforme non è rinviabile, compresa la giustizia”. Il saggio nominato da Napolitano nell’interregno tra la fine del suo primo mandato e l’inizio del secondo è convinto che bisogna intervenire su due livelli: “Sul versante dell’economia processuale, operando soprattutto sul versante del carcere e della pena – ha detto – e nel civile, sullo snellimento dei processi e la risoluzione preventiva delle controversie. E poi sul versante della responsabilità disciplinare di tutti i magistrati ordinari, amministrativi, contabili, tributari”.

Musica per le orecchie del Cavaliere. La soluzione proposta da Violante, del resto, è quella di “lasciare il primo grado agli organi di governo interno, un secondo e ultimo grado per tutte le magistrature ad una unica Corte”. Una quota di componenti, poi, deve a suo avviso “essere eletta dai magistrati, una dal Parlamento, e una terza designata dal presidente della Repubblica“. “L’obbligatorietà dell’azione penale è un’ipocrisia costituzionale. Ma è necessaria se vogliamo mantenere l’indipendenza del pm dal potere politico – ha aggiunto Violante – Credo sia preferibile una imperfetta obbligatorietà rispetto ad un pm che debba eseguire le disposizioni del ministro della giustizia di turno. In ogni caso andrebbero studiati bene i sistemi con la discrezionalità dell’azione penale, come quello francese”. Violante è anche “convinto che non ci si possa limitare alla riforma elettorale, alla riduzione dei parlamentari e al superamento del bicameralismo paritario, senza intervenire sulla forma di governo”.