La Corte europea dei diritti dell’uomo chiede alla Svizzera chiare regole sull’aiuto al suicidio: la Confederazione dovrà stabilire per legge se le persone che vogliono mettere fine ai loro giorni pur senza soffrire di una malattia mortale potranno farlo, e se sì a quali condizioni.

I giudici di Strasburgo hanno dato ragione a una zurighese 82enne, cui era stata negato l’eutanasia con medicinali. La donna aveva cercato di ottenere una prescrizione medica per un barbiturico. Le autorità zurighesi avevano però risposto in modo negativo, una decisione confermata anche dalla giustizia cantonale e dal Tribunale federale. La corte di Strasburgo ha ora ravvisato una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare garantito dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Non tanto perché alla ricorrente è stato negato il barbiturico, quando perché questo tipo di situazioni non è regolata in modo chiaro dalla legislazione elvetica. La donna, Alda Gross, non è malata ma non vuole più continuare ad assistere impotente al suo declino fisico e mentale.

Nei giorni scorsi in Italia era tornata nuovamente d’attualità la questione e l’associazione Luca Coscioni aveva fatto sapere di aver riceuto tre nuove richieste di eutanasia da parte di persone poi messe in contatto con i centri dove si pratica l’eutanasia proprio in Svizzera. Dopo la prima giornata di mobilitazione nazionale e raccolta firme del 4 maggio scorso le firme autenticate sulle proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia sono ora 15.449 cui vanno aggiunte le firme raccolte nei Comuni. Una giornata speciale di mobilitazione è orevista giovedì 23 maggio. Hanno già firmato, Umberto Veronesi, Roberto Saviano e Margherita Hack.

Secondo l’associazione sarebbero circa 30 gli italiani che ogni anno vanno in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito, come fece Lucio Magri, fondatore del manifesto, nel novembre del 2011. Gli ultimi casi riportati dalle cronache sono quelli dell’ex sostituto procuratore generale di Catanzaro, Pietro D’Amico, e di Daniela Cesarini, ex assessore ai servizi sociali del comune di Jesi. Entrambi hanno scelto una clinica di Basilea per mettere fine ai loro giorni.