Se n’erano andati con la promessa di ritornare. Avevano smontato le tende, raccolto striscioni e megafoni e si erano dispersi tra i barrios delle città e i paesi, salutando con un hasta pronto Puerta del Sol. Domenica 12 maggio, due anni dopo, gli indignados sono tornati ancora una volta nel cuore della capitale. E al “grido muto” hanno aperto un’intensa settimana di dibattiti, escraches, riunioni e cortei per celebrare il loro secondo anniversario. 

Gli indignados sono certo cambiati e hanno dato vita a nuove forme di protesta contro la gestione di una crisi economica che non passa e i pesanti tagli alla spesa pubblica imposti dal governo di centrodestra. Ma il movimento spagnolo, chiamato anche 15M, non è un soggetto unico e circoscritto, come un partito politico o un’associazione. Amador Fernández Savater, figlio del più noto intellettuale spagnolo Fernando Savater, l’aveva definito “un nuovo clima sociale”. Uno stato d’animo, una forma d’essere insomma. Ne è convinto anche Jorge Moruno, sociologo e attivista, autore del libro Les raons dels indignats (Le ragioni degli indignados): “Il 15M non esiste, è la gente”. 

Infinite assemblee, numerose piattaforme, proteste concrete. All’interno del movimento sono nati collettivi come Toma la huelga che ha organizzato i più grandi scioperi, quelli del 29 marzo e del 14 novembre 2012. Ma anche il coordinamento del 25S che ha portato l’indignazione degli spagnoli sotto il Parlamento. Poi è arrivata la Pah che lotta per il diritto alla casa – finora 654 sfratti fermati e un’iniziativa legislativa popolare in esame – e le cosiddette maree, verde per l’educazione, bianca per la sanità pubblica. Infine Oficina Precaria, un collettivo sul mondo del lavoro precario e quello che vi ruota attorno: 57 per cento di disoccupazione, contratti a tempo, salari sempre più bassi, stage e borse di studio che sostituiscono posti di lavoro. Il gruppo ha messo a disposizione, in maniera gratuita, consulenti legali con l’obiettivo di superare la paura e contestare quello che nel mercato spagnolo non va più. Il risultato è che molte aziende, come quelle che hanno minacciato i lavoratori di non scioperare lo scorso 14 novembre, sono state denunciate pubblicamente. 

Anche per questo, domenica il linguaggio degli indignados è cambiato: “Dall’indignazione alla ribellione: escrache al sistema”, si leggeva sui tanti striscioni colorati. Le prospettive sembrano diverse adesso. “Quello che è cambiato è stato la maturità nei dibattiti pubblici e la lettura che si è data della crisi”, spiega Jorge Moruno. “Ma non si possono cercare successi, come chi si aspetta un risultato da un prodotto che ha comprato sul mercato. Non funziona così. Questo non toglie il merito di aver influenzato l’agenda politica spagnola di questi anni, imponendo ai partiti, chi con più chi con meno ipocrisia, di parlare di temi che non sarebbero mai stati all’ordine del giorno”.

Quello che rimane dell’essenza del movimento lo si trova infatti vivo nei quartieri e nei paesini. Come spiega Dario Lovaglio, romano trapiantato a Barcellona, un lavoro nel marketing. Lui appartiene al gruppo Democracia Real Ya e ogni giorno scende in strada per discutere di problemi spiccioli: chiamare i pompieri e i fabbri del quartiere a sostegno del vicino cui è arrivata l’ingiunzione di sfratto, aiutare con le scartoffie chi deve andare in banca a chiedere una proroga del mutuo, accompagnare dal medico di famiglia il dirimpettaio straniero, ormai senza tessera sanitaria dopo la riforma del governo.

Anche questo è il “senso comune” che il sociologo Moruno utilizza, mutuando Gramsci: “Non è un processo visibile, ma fondamentale perché è chiave interpretativa, prospettiva sui fatti, posizione nei problemi della realtà, insomma la soggettività collettiva”. Nelle assemblee gira però sempre la stessa idea: la necessità di una costituzione. Se una parte del movimento continua a scommettere sull’autogestione dal basso, sui rinnovamenti sociali e sulla protesta e la pressione di fronte all’elite politica, altri guardano con interesse a una fusione con la sinistra per creare una coalizione capace di far fronte al Partito popular alle prossime elezioni. Una forza politica di rottura come il Cup-Alternative d’Esquerres è entrata nel Parlamento catalano con tre deputati e lo ha fatto in gran parte grazie al sostegno di migliaia di indignados.

In Catalogna, la Costituente proposta da Teresa Forcades e Arcadi Oliveres prende slancio e altrove emergono iniziative simili come Alternativa desde abajo. Non è detto che, con il supporto della maggioranza della società, la policy non prenda il sopravvento sulla politics. Il futuro degli indignados però, ricorda Moruno, è possibile solo all’interno della rottura sociale data dalla cesura rispetto al potere che sta al vertice.