Oggi do spazio e voce a una persona che è tra coloro che più in assoluto in Italia conosce la problematica della violenza sulle donne in questo Paese, Vittoria Tola, responsabile dell’Udi nazionale, con cui Pangea collabora nella Convenzione NoMore.

Femminicidio e volontà politica

di Vittoria Tola

Gli ultimi fatti di violenze maschili-femminicidi che la stampa raccoglie e rilancia continuano a scuotere l’opinione pubblica e alimentano finalmente reazioni di condanna anche dai neo ministri. Dichiarazioni e proposte non parlano di nuove leggi, forse qualcuno comincia a capire che legiferare sull’emergenza non fermerà i femminicidi?

Seguo da oltre quarant’anni la questione della violenza maschile sulle donne nel nostro paese, fin dalla strage del Circeo, ecco perché oggi non mi possono sfuggire alcuni piccoli segnali di novità che potrebbero, forse, annunciare che lo Stato italiano, in tutte le sue articolazioni, potrebbe arrivare a considerare la violenza contro le donne come un problema politico e non una questione privata e di cronaca nera.

Sottolineo il forse, perché le dichiarazioni che stiamo ascoltando in questi giorni sono certamente di buona volontà ma sono ancora troppo generiche, confuse e connotate dal bisogno di rispondere e rassicurare l’opinione pubblica, nonché da opportunismi politici e di immagine e non da una comprensione reale del fenomeno strutturale della violenza nella nostra società e da una riflessione politica. Ma il dubbio nasce anche dal fatto che nessuno ha ascoltato la parte sociale e politica competente sul femminicidio e la violenza maschile ovvero le associazioni delle donne, da quelle storiche ai soggetti che hanno dato vita alla Convenzione NoMore.

Anzi peggio ancora, nessuno lo dice ma è evidente che la “nuova consapevolezza” della gravità del fenomeno è dovuta, al netto della propaganda e della strumentalizzazione per fini politici, soprattutto all’instancabile lavoro delle donne e delle associazioni che da decenni sono a fianco delle donne che subiscono violenza sostenendole, denunciando quanto accade, verificandone i fatti, raccogliendo dati, presidiando i tribunali.

Spesso dal nulla e volontariamente le donne hanno creato servizi di genere, hanno dato vita ai centri antiviolenza, fatto campagne di prevenzione e sensibilizzazione, hanno spinto enti pubblici a lavorare e dare risposte, hanno contribuito ad avere leggi regionali ad hoc che non sempre sono state gestite bene, ma sono state finanziate in base alla sensibilità delle maggioranze e non in modo continuativo.

Ricordo le esperienze più importanti degli ultimi dieci anni, dalla campagna del 2006 UDI- StopFemminicidio con la Staffetta contro la violenza che ha attraversato l’Italia da sud a nord l’Italia, al lavoro costante dei centri antiviolenza, alla denuncia della Piattaforma CEDAW nel 2011, fino ad arrivare alla Convenzione No More nel 2012, le manifestazioni del 14 febbraio 2013 di One Billion Rising in tutt’Italia, il recente Progetto di Ferite a Morte di Serena Dandini e Maura Misiti. Questi sono gli esempi più emblematici di questo processo che produce e partecipa alla presa di coscienza dell’opinione pubblica e delle Istituzioni sul fenomeno strutturale della violenza in Italia.

Ciò nonostante lo Stato ancora non ha assunto che la violenza è un fatto politico di cui tutte le sue articolazione, con la società e i mass media devono prenderne atto! Lo testimonia il numero delle donne morte di femminicidio degli ultimi dieci anni, numeri che sono il tragico risultato di politiche parziali ed emergenziali dei governi passati e dei loro silenzi.

Le debolezze delle dichiarazioni del governo attuale sulla violenza potrebbero essere superate se le scelte politiche partissero subito dal confronto, per altro annunciato dalla Ministra Idem, con le associazioni e le donne che ci lavorano da anni e che possono informare il neo- governo sulle fonti a disposizione, sulle proposte già avanzate e valutare insieme la loro efficacia nell’immediato e nel medio termine. Un confronto quindi specifico e mirato.

Questa considerazione vale anche per i/le parlamentari che stanno presentando o hanno già presentato proposte di legge senza confronto con chi lavora da sempre sulla violenza contro le donne. Anche la recente notizia della richiesta di una Commissione di inchiesta al Senato potrebbe essere la realizzazione di quanto abbiamo caldeggiato alla Presidente Boldrini, nel suo incontro del 24 aprile con la Convenzione No More alla Casa internazionale delle donne, a condizione che il Parlamento ascolti, prima di partire, chi ha competenze e suggerimenti utili per queste iniziative che non devono essere organizzate come se fossimo all’Anno Zero.

Infine, la Presidente Boldrini ha annunciato la ratifica in tempi brevi della Convenzione di Istanbul. È un atto importante ma la situazione italiana per cambiare veramente ha bisogno di politiche efficaci e di verifiche condivise della legislazione italiana esistente e di ciò che ancora manca. Una semplice ratifica della Convenzione, lascerebbe immutata la legislazione vigente, senza incidere realmente.

In particolare, sarebbe indispensabile che il ddl di ratifica della Convenzione di Istanbul sia accompagnato anche dall’attuazione di alcune direttive europee ne cito solo alcune: per esempio la n. 29 del 25 ottobre 2012 sulla posizione della vittima nel procedimento penale o la Direttiva 2011/99/UE del 13 dicembre 2011, sull’ordine di protezione europeo adottato a favore di vittime o potenziali vittime di reati.

C’è un grande lavoro per il Parlamento, oltre che per il governo, altrimenti la connivenza e la complicità con i violenti negata a parole continuerà nei fatti e tutta la condanna e l’indignazione di questi giorni sarà solo propaganda che strumentalizza la morte e il dolore delle donne.