A Milano riparte il processo Ruby. Domani in aula andrà in scena la requisitoria del procuratore Ilda Boccassini con la richiesta di pene. La giornata si annuncia decisiva. Per questo Silvio Berlusconi gioca in anticipo e manda in onda questa sera su Canale5 la controinchiesta sulle “cene eleganti” di Arcore. Difesa in video e in prima serata. Ci sarà il Cavaliere, le parole di Ruby e quelle delle ragazze del cosidetto “bunga bunga”. Le stesse che nel processo risultano vittime, ma tali non si considerano. Un po’ come avviene per le vittime del racket mafioso. Un copione che in Sicilia conoscono molto bene.

“Se ho sbagliato, chiedo scusa”. Con cinque parole l’imprenditore Giuseppe Settipani fa il giro di tutti i telegiornali italiani. Correva l’anno 2001 e ad Alcamo, 50mila abitanti a metà tra Palermo e Trapani, viene sequestrata una bambina: è la piccola Caterina, sette mesi, nipote di Settipani, imprenditore del marmo famoso in tutta la Sicilia. Un sequestro che desta subito grande curiosità visto che viene compiuto in una zona da sempre considerata lo zoccolo duro di Cosa Nostra. Il rapimento lampo, con la bambina sottratta direttamente dalle braccia della madre, si pone in antitesi con una delle regole storiche della Piovra: i bambini non si toccano. E poco dopo il rapimento, le parole di Settipani ingigantiscono ancora di più la vicenda. “Se ho sbagliato nei confronti di qualcuno, sono pronto a chiedere scusa” dichiara alle telecamere l’imprenditore trapanese, che non chiarirà mai definitivamente il senso di quelle parole, indirizzate agli oscuri rapitori mentre il sequestro è ancora in corso. Una excusatio non petita che scatena le ipotesi giornalistiche. Cosa e chi ci sia stato dietro quel rapimento rimarrà però un mistero che nessuna indagine riuscirà a chiarire del tutto. Poche ore dopo, la piccola Caterina viene ritrovata in una cesta vicino allo svincolo che conduce all’autostrada, grazie alla classica segnalazione anonima alle forze dell’ordine.

Quell’episodio però accende i riflettori su una delle facce meno raccontate della Sicilia: quella degli oppressi, degli estorti, delle persone normali, che per tanto troppo tempo sono rimaste vittime silenti. Un silenzio che negli anni ha di fatto coperto boss e vessatori. Che su quel silenzio hanno fondato le loro fortune. Pochi anni prima, nel 1996, l’operazione Cadice aveva squarciato il velo sui clan che dettavano legge tra Alcamo e Trapani. In manette finirono in venti, tutti affiliati alla potente famiglia mafiosa dei Melodia. Gli inquirenti riuscirono a mettere le mani anche sul “libro mastro” del racket, dove con perizia da ragionieri i boss appuntavano le cifre richieste puntualmente agli estorti. Sono almeno una cinquantina gli esercizi commerciali che subivano puntualmente richieste di pizzo: una denuncia però non era mai arrivata. E non arriva neanche dopo l’operazione delle forze dell’ordine.

Il racket ai Melodia lo pagava anche Gaspare Stellino, imprenditore alcamese attivo nel settore della torrefazione. E’ con lui che volevano parlare gli investigatori della Dia: volevano sapere cosa ci facesse il suo nome nel “libro mastro” dei boss. Stellino però ha paura: sa che il pizzo in provincia di Trapani lo pagano tutti e nessuno osa fiatare. Sa che i boss lo stanno puntando e alla fine la paura lo inghiotte: il 12 settembre del 1997, la stessa mattina in cui era atteso dagli investigatori, decise di farla finita impiccandosi nella sua casa di campagna. Lo shock è forte, era il primo suicidio da pizzo della zona. Eppure i commercianti estorti rimasero nell’ombra, in silenzio, a coprire i loro aguzzini con più paura di prima. “Non è proprio pizzo, altrimenti mi sarei rifiutato, diciamo che è più richiesta di aiuto da parte di persone in difficoltà”, raccontò uno degli imprenditori alle telecamere di Sciuscià, dopo aver ammesso che non si sarebbe costituito parte civile contro i Melodia, nonostante il suo nome figurasse nell’elenco delle attività vittime del racket.

Certo con l’arrivo degli anni duemila il vento cambia: iniziano a fioccare le prime denunce, i primi imprenditori iniziano a trovare il coraggio di denunciare i boss, e a Palermo un gruppo di ragazzi s’inventa Addio Pizzo. “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, recitano i volantini con cui vengono tappezzate le strade del centro palermitano: uno slogan che farà fortuna. Ma se da una parte la resistenza si organizza, dall’altra non mancano le note negative di chi ancora si rifiuta di denunciare i propri estortori. Mentre le indagini sul racket iniziano pian piano a decapitare le cosche mafiose dei principali centri della Sicilia, anche i boss capiscono l’antifona e si fanno furbi. E a Palermo il capomafia Nino Rotolo, impaurito dalle inchieste giudiziarie, invita il titolare di Grande Migliore, una catena di negozi attivi nella grande distribuzione, ad aderire ad Addio Pizzo, nonostante versi ogni mese la “tassa” di sopravvivenza a Cosa Nostra. “Voialtri siete pieni di microspie da tutte le parti, perché Pino Migliore è attenzionato dagli anni novanta, perché pensano che soldi non ne esce perché lui è mafioso”, racconta Rotolo intercettato a Franco Stassi, dipendente del gruppo Migliore, considerato vicino al medico/boss Nino Cinà. Come fare dunque per allontanare la curiosità degli investigatori dal gruppo Migliore? Semplice. “Ci hanno studiato di sopra. Parliamo pure con Nino, se è il caso di farlo scrivere lì, all’ antimafia. Per dire che aderisce. Migliore aderisce”. E Migliore aderisce. E nel frattempo, però, continua a pagare e ad assumere i ragazzi segnalati dai boss. E a tacere. Almeno fino al 2006, quando gli investigatori decapitano il clan di Rotolo.

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