La malattia del Partito democratico si chiama autismo. L’ambizione di offrire un orizzonte unico a chi vi milita o soltanto simpatizza pare destinata a perire sotto il peso dell’irresponsabilità della sua classe dirigente. Si ha l’impressione che la testa del partito non conosca il proprio corpo, non ne capisca più le necessità, le speranze, le domande, le urgenze. È come se avesse paura di ascoltare perché se lo facesse troverebbe avanti a sé un’altra idea e un altro Paese e altri bisogni e altri doveri e altri diritti.

Questo partito, che oggi chiama Guglielmo Epifani a farsi largo tra le macerie e tenere in vita una casa senza più fondamenta, resta però ancora l’unica formazione che ha luoghi in cui dibattere, ritrovarsi.

È l’unica sigla politica che in ogni capoluogo abbia un indirizzo, un portone, un campanello dove bussare e qualcuno che apra. Ha ragazzi preparati, capaci, vogliosi di contribuire alla fatica, desiderosi soltanto di essere ascoltati. È l’ascolto, l’integrazione tra vertice e base che non sembra possibile.

Due mondi non comunicanti, realtà prossime ma differenti, visioni distinte, passioni lontane. Basta solo mettere piede in un circolo per annotare il patimento di questa nuova classe di afflitti, chiamati a difendere una bandiera che non riconoscono più, che non è più loro. Il grido di dolore che si leva in queste settimane arriva a Roma come suono lontano e forse persino ostile. Rubricato, al meglio, come un guaio passeggero di un partito che alla fine inghiotte ogni schifezza, qualunque atto immorale in ragione della realpolitik.

Se le proteste saranno destinate alla irrilevanza – guarnizione colorata di un piatto già preparato in cucina – il Pd scolorirà piano piano, e ai suoi fianchi nasceranno movimenti che ne succhieranno ogni capacità attrattiva. Gli resterà in mano la foto di gruppo con Berlusconi e poco altro.

C’è al fondo una questione seria di lealtà dei comportamenti e di limite alla democrazia delegata: un voto chiesto per il cambiamento quanto può essere reinterpretato e infine deviato verso un esecutivo della restaurazione? Questo dovrebbe essere il tema dell’assemblea di oggi. Ma la domanda – immolata sull’altare della necessità – resterà senza risposta.

 

il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2013