Incredibile. Sono andato allo stadio a vedere Torino-Genoa, la partita più noiosa mai vista con due squadre che non volevano vincere e senza nessuna vergogna puntavano allo zero a zero. Prima del fischio d’inizio lo speaker ha annunciato che ci sarebbe stato un minuto di silenzio per onorare la memoria di Giulio Andreotti, da poco scomparso (nessun ricordo dei morti di Genova). Si sono levati fischi dagli spalti, molti non si sono alzati in piedi, molti altri sì. Sono rimasto allibito. La decisione la dobbiamo a Giovanni Malagò, presidente del Coni dal febbraio di quest’anno, che in una nota all’Ansa ha motivato la sua scelta con il fatto che il senatore democristiano si è sempre battuto per l’autonomia finanziaria del Coni e dello sport in generale. E ne ha ricordato la “formidabile carriera politica”.

Tutto ciò avrebbe dell’incredibile se non vivessimo in Italia. Andreotti è stato condannato per mafia persino in Cassazione che ha riconosciute valide le prove contro di lui fino al 1980. Essere considerato colluso coi mafiosi dovrebbe essere una delle colpe più infamanti per un uomo delle istituzioni. Invece lo Stato, attraverso il Coni, ha voluto lanciare un segnale ben preciso: la sentenza della magistratura non ha valore, la figura di Andreotti non può essere messa in discussione, le istituzioni si identificano pienamente in lui come d’altra parte hanno confermato le molte dichiarazioni fatte dai rappresentanti delle istituzioni subito dopo la sua morte. Pochissime le voci critiche nei suoi confronti. Probabilmente nemmeno Andreotti, da uomo accorto qual era, avrebbe voluto un riconoscimento pubblico così sbandierato tanto è vero che il senatore prima di morire ha chiesto di evitare i funerali di Stato.

E’ grave questo messaggio che viene fatto passare attraverso lo sport più popolare seguito da tanti giovani. Ancora una volta le istituzioni dimostrano di non voler fare i conti con le ferite che si portano addosso. Andreotti non può essere usato come una bandiera del buon governo. Non è giusto nei confronti di tutti coloro che per il buon governo hanno perso la vita. Se Andreotti viene omaggiato allora lo Stato da che parte sta? E’ appena uscito un libro sconvolgente di Giuseppe Gulotta, Alkamar, un uomo innocente condannato all’ergastolo per un depistaggio operato dai carabinieri. Una storia che si legge con commozione e che fa rabbia. Nessuno rappresentante di questo Stato gli ha chiesto scusa per i ventidue anni ingiustamente passati in carcere. Tuttora solo silenzio. Lo Stato non è dalla sua parte.

Nonostante tanti tra magistrati e uomini dell’ordine e politici combattano per la verità e la giustizia. Sono loro che vanno difesi e ricordati tra i giovani, non Andreotti, campione dell’omertà e del potere più opaco e sfuggente, lo stesso che non ha permesso che per tanti anni venisse fuori la verità sull’ingiusta condanna a Gulotta. Vigiliamo che al senatore non siano dedicate strade e luoghi pubblici. Sarebbe un altro affronto. Così come è accaduto l’altro giorno nell’aula consigliare della regione Lombardia quando Andreotti è stato commemorato e Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, ucciso dalla mafia per aver fatto fino in fondo il suo dovere, ha deciso di andare via. In quel momento lui solo rappresentava lo Stato, gli altri consiglieri no. Nessun riconoscimento va concesso a chi, come Andreotti, ebbe a dire che Giorgio Ambrosoli la morte se l’era andata a cercare.