Crescere a Duluth, Minnesota, non dev’essere poi così semplice se fai rock dall’impronta in qualche modo folk: non poco ingombranti in città i natali di un certo Bob Dylan. Se però trovi una formula assolutamente distintiva e riconoscibile come quella sviluppata ed affinata da una ventina d’anni a questa parte dalla coppia composta da Mimi Parker ed Alan Sparhawk, beh, allora questa presenza aleggiante svanisce e si dilegua in una musica tra le più soavi ed evocative mai ascoltate sul pianeta Terra.

Se una certa affinità e parentela con le coeve grandi band slowcore americane dei primi Novanta, dai Codeine ai Bedhead, è in qualche modo evidente, soprattutto all’inizio della loro carriera, ritengo tuttavia appropriato fare riferimento anche ad una vena psichedelica e trasognata per descrivere la musica dei Low: non è assolutamente un caso, a mio avviso, se sulla B side del 7” Canada, uscito all’epoca di Trust, più di una decina d’anni or sono, si trovi un’ispirata versione di Fearless dei Pink Floyd. Un altro indizio ci porta su questa pista: Secret Name e Things We Lost In the Fire, due dei loro dischi migliori di sempre, autentici capolavori – anche se è quasi impossibile trovare un album men che buono nella loro ampia discografia – sono usciti per la Kranky, l’etichetta simbolo e cardine della nuova psichedelia ambient rarefatta dei Novanta tradizionalmente associata a forme post-rock. Possiamo dire che i Low ne hanno costituito in qualche modo l’ala più “folk” e cantautoriale, pur non essendo mai stati assolutamente catalogabili alla voce “classico stile Kranky”. Dal momento che nella loro musica è percepibile un feeling che, senza mai essere retrò nemmeno per un istante, getta talvolta un ideale ponte con la fine dei Sessanta, allora è la cosa più naturale del mondo sentirli reinterpretare in modo superbo e originale un altro classico come Down By the River di Neil Young in compagnia dei Dirty Three per la serie In the Fishtank: livelli di pathos ampiamente oltre la norma. A tal proposito non posso dimenticare la loro prima apparizione al Covo tanti anni fa all’epoca di Secret Name: saremo stati non più di una quarantina di persone ad assistere attoniti e senza fiato alla pura magia messa in scena dagli intrecci melodici e delicati impasti vocali di Mimi Parker ed Alan Sparhawk, così timidi e riservati nel presentarsi in pubblico quanto concentrati nello stabilire un rapporto empatico straordinario.

Non ci sarebbe voluto ancora molto, qualche anno ancora e la band di Duluth avrebbe trovato finalmente meritatissimo ed unanime riconoscimento presso un pubblico sempre più ampio, in seguito a dischi come Things We Lost in the Fire, Trust e The Great Destroyer (2005): quest’ultimo avrebbe segnato anche il passaggio da Kranky a Sub Pop, l’etichetta con cui sono tuttora sotto contratto ed hanno inciso anche il recente The Invisible Way. Il disco è stato prodotto da Jeff Tweedy degli Wilco: ciò è parzialmente percepibile perché pare avere un’aura di classicità più accentuata che a tratti li avvicina addirittura al gruppo di Chicago, nel cui studio i Low hanno registrato l’album. Del resto, pur avendo mantenuto una fortissima identità sin dagli esordi, i Low hanno sempre avuto produttori altrettanto carismatici che hanno contribuito a valorizzarne e connotare il percorso artistico: i primi lavori, I Could Live In Hope e Long Division hanno ad esempio visto in cabina di regia Mark Kramer, il producer storico dei Galaxie 500, mentre in seguito sarebbe stato il turno di Steve Fisk, poi di Steve Albini, nel periodo a mio parere più esaltante della loro carriera, e via via di altri pezzi da novanta (in tutti i sensi), sino al giorno d’oggi.

Riascolto i loro dischi – da tanto non lo facevo – e mi convinco sempre più, ce ne fosse ancora bisogno, che i Low sono una delle più grandi band sulla faccia della Terra. Se sono riuscito ad ascoltare dall’inizio alla fine un loro disco, Christmas, interamente costituito da canzoni natalizie, potete comprendere cosa intendo dire: una controprova inequivocabile. Il concerto di sabato 11 maggio al Teatro Antoniano di via Guinizelli 3, Bologna, unica data italiana, è da tempo sold out. Inizio ore 21.30.