Beatrice Antolini ha trent’anni, ha già pubblicato quattro album, partecipato a svariati progetti (Il Paese è Reale) e collaborato con diversi artisti (Bugo e Baustelle tra gli altri). Non arrivi a fare esperienze del genere solo grazie alla forza di volontà, è necessario il talento. Il quarto album, VIVID, uscirà il prossimo 14 Maggio e lo presenterà al Locomotiv di Bologna venerdì 10 Maggio. In questa chiacchierata ci ha raccontato in anteprima il nuovo album e il suo rapporto con la musica.

I suoni del nuovo album sono molto studiati e ricercati, è stato difficile scovarli o ti è venuto abbastanza naturale?

“È una cosa che ho cercato. Erano suoni che avevo in testa e per fortuna sono riuscita a trovarli. È  stata la prima volta che ho veramente lavorato con l’elettronica. L’elettronica per come la intendo io, un ibrido. L’album è comunque suonato, ci sono stati dei cambiamenti in corso d’opera”.

Hai deciso di produrre il disco con Qui Base Luna una nuova e particolare realtà musicale italiana, ce la vuoi illustrare?

Qui Base Luna cerca di andare oltre il concetto di etichetta indipendente. Ci siamo resi conto che in questo momento storico i modi di far musica sono solo due: o quello della major multinazionale o quello dell’etichetta indipendente, ma entrambe le situazioni hanno delle limitazioni. Molti musicisti come me hanno così scelto di costruire un ecosistema musicale, non più un’etichetta ma una cooperazione per portare avanti una serie di progetti senza né sfruttare l’artista nè caricarlo di troppi oneri e responsabilità. Un ecosistema in cui tutto è collegato, in cui tutti lavorano alla stessa operazione, con intenti comuni. Qui base Luna è questa terza via. Ha la sue radici in altre esperienze, Gianni il mio manager nonché creatore di questa idea lavorava al C.P.I.“.

Quali sono secondo te le maggiori problematiche del sistema discografico italiano?

“Io non critico nessuno ho visto anche persone lavorare nelle grandi multinazionali con bravura e talento, persone che si fanno il mazzo. Non critico nemmeno i talent show. Ma le false illusioni non vanno create: un pubblico lo si costruisce lentamente, non basta apparire, bisogna anche avere sostanza. Prendo Gazzè: dietro c’è una storia, un modo di fare musica, c’è lavoro carriera pensiero filosofico, personalità, superamento degli stilemi; mi appartiene di più, faccio parte di quella scuola”.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

“Non ho particolari riferimenti, non penso mai a cosa vorrei assomigliare. Non per far la sbruffona, mi interessa più un percorso che va dall’interno all’esterno: a che punto sono arrivata io e dove voglio arrivare musicalmente. Questo disco rappresenta esattamente Beatrice 2012/2013. Quello che suono non è separato dalla mia crescita interiore, cerco di fare uscire quello che sto vivendo. Le mie canzoni non mi sono esterne, vanno di pari passo con me. La ricerca del suono non è altro che la trasmutazione di quello che senti nell’aria. Quando poi mi guardo intorno è bello e interessante trovare cose molto simili alle mie – titoli, suoni, persino canzoni. C’è un brano molto famoso in questi giorni che ho scoperto avere un giro molto simile a una canzone di VIVID, mi sono detta ‘ok, si vede che mi sono aperta e ho sentito bene quello che c’è nell’aria, ho captato la vibrazione di questo momento storico’. Mi sono sempre piaciuti i musicisti che hanno espresso il tempo nel quale vivevano; questo non vuol dire che sono nostalgica, mi piace anche quello che è fresco e nuovo, che rispecchia l’ora.”

A 19 anni hai lasciato Macerata per trasferirti a Bologna, quanto è stato importante questo passaggio?

“Direi fondamentale. A Macerata non avevo ancora fatto niente, sono arrivata a Bologna che ero una bimba, mi sono messa a studiare e da lì è iniziata la mia vita. La vedo come la città in cui è partito un po’ tutto, dove ho cominciato a capire un po’ chi ero e a lavorare su di me. É una città a cui sono molto legata e a cui voglio molto bene, anche se spesso viene criticata”.

Esiste una tematica, un sentire comune a tutte le canzoni di VIVID oppure ognuna è a se stante  e indipendente? Di cosa parlano i testi di VIVID?

“Per la prima volta si parla di amore. Nei dischi precedenti avevo sempre parlato di amore in modo mistico e universale, questa volta ho parlato dell’amore reale, delle difficoltà amorose tra due persone. Con VIVID ho cercato di sbarazzarmi di alcune sovrastrutture, a differenza degli album precedenti, più arzigogolati, questo ha una sola strada, è diretto. Comune a tutto l’album è anche la passione per la ritmica; tutto parte dalla ritmica”.

Speri in un riscontro internazionale?

“Non prendiamoci in giro: dall’Italia che cosa cavolo esce? All’estero ci considerano una specie inferiore. So benissimo dove sto, e se ci rimango ci sarà un piacere perverso”.

Hai mai pensato di pubblicare un album interamente in italiano?

“Ho pensato di fare in italiano anche VIVID, ma devo ancora trovare la formula giusta, l’italiano non si presta a tutto. La versione italiana di Vertical love in italiano sembrava la canzone dei puffi, imbarazzante. Nel cassetto ho alcuni brani scritti in italiano, ad hoc. Prima o poi vedranno la luce, ho molte cose che voglio dire in italiano”.

Nell’album si nota un’attenzione a far divertire l’ascoltatore, qual è il tuo rapporto col pop?

“Penso che il pop si sia fatto col tempo più raffinato, ci sono molte canzoni pop semplici, scritte e arrangiate molto bene. Questa, secondo me, è una nuova tendenza. Prima il pop era molto più tamarro e si diventava indie rock perché non si aveva scelta. Oggi, fortunatamente, la musica non è più divisa in questi due grandi blocchi. Da anni ho l’interesse di far canzoni che possano essere ballate o cantate, che funzionino. Non ho schemi mentali, una canzone può essere raffinata anche quando arriva al grande pubblico ed entra in classifica. Mi piace sentire pezzi come quelli di Bruno Mars o Gotye, mi piace quando il pop diventa questo. Certo, far produzioni di questo tipo in Italia è praticamente impossibile”.

Nei vari ambiti lavorativi in Italia è ancora presente il sessismo. Tu sei una donna musicista, polistrumentista e compositrice, hai riscontrato problematiche nel tuo campo?

“Sicuramente all’inizio è stato difficile, ma quando riesci a farti valere si comincia ad essere rispettatati. Tra le persone in generale, il rispetto sarebbe la cosa più bella. Ma non mi lamento, e il lavoro non mi spaventa”.

Come saranno improntati i live?

“I musicisti saranno gli stessi degli ultimi tour, ma ci sarà un fonico che sarà un musicista aggiunto, avrà la responsabilità di gestire tutti i suoni elettronici. Sarà un live più elettronico dei precedenti e io suonerò molto poco perché le ritmiche vocali sono parecchio serrate”.