Roma, via Prenestina, poco prima dell’incrocio con via Olevano Romano. Poco oltre cartelloni elettorali sui quali campeggiano facce e slogan degli aspiranti politici per le prossime elezioni amministrative al Comune di Roma, c’è un semaforo che costringe automobili e motorini a rallentare e quindi a fermarsi. E forse buttare un occhio al marciapiede. All’alto “muraccio”, informe, che lo delimita.

Quel che resto di un ollario, un sepolcro in opera reticolata, maltrattato dalla prolungata incuria. Dal reiterato disinteresse. Altri resti sporgono appena dal terreno poco all’interno del parco che si apre su questo lato della strada. La vegetazione cresciuta sopra non aiuta a capire di cosa si tratti. D’altra parte manca qualsiasi tipo di segnalazione. Un po’ meglio va con il basso edificio che si trova proprio all’angolo tra le due strade. Accanto al cancello in ferro, chiuso da un lucchetto che sembra non aprirsi da tempo, una targa marmorea fornisce tutte le indicazioni necessarie. Lì dentro c’è “il sepolcro romano di via Olevano Romano”. Per visitarlo è sufficiente rivolgersi “al custode della X ripartizione del Comune di Roma”. Sperare che la richiesta venga soddisfatta se non subito, almeno in giornata, è impossibile. Però, se si è fortunati, l’appuntamento per la visita viene fissato dopo qualche giorno. Ne vale di certo la pena.  Interessanti le decorazioni pittoriche e l’iscrizione metrica latina dipinta sopra una nicchia.

Fortunatamente c’è molto altro da vedere. Come sanno quei pochi che, hanno deciso di far visita ai maestosi resti della villa attribuita ai Gordiani. La dinastia che governò l’impero tra il 238 e il 244 d. C. Una residenza, tra le più grandi del suburbio di Roma. Paragonabile a quella dei Quintili e dei Sette Bassi. Villa le cui rovine si estendono ai due lati della via Prenestina. All’interno delle aree a giardino che danno respiro agli abitanti del quartiere. Entrando da un passaggio tra il muro antico lungo la strada, poco prima del semaforo, e la recinzione si entra dentro il parco. Poche decine di metri e ci si imbatte in un’altra struttura antica. Un bel sepolcro laterizio di età imperiale. Dall’esterno della recinzione che lo musealizza, e ne segnala il  divieto di accesso, non se ne possono notare tanti particolari, come meriterebbe.
Tuttavia è sufficiente a rendersi conto dello stato di conservazione, più che precario. Sulle creste dei muri, in assenza della volta di copertura, cresce senza ostacolo, vegetazione di ogni tipo. Così i resti della decorazione pittorica che arricchiva l’interno, si notano appena, in alcuni tratti. Sfortunatamente manca non soltanto una sia pur breve descrizione del monumento, ma qualsiasi indicazione su tipologia e datazione. Spingendosi ancora oltre, per i vialetti incerti ed il prato senza alcuna cura il terreno risale a formare una piccola altura. Sulla sommità rimane una parete antica. In opera listata di blocchetti di tufo e laterizi. Non c’è alcuna recinzione. Anche qui nessuna indicazione. Se non un “ti amo Ale” scritto con uno spray, a mezza altezza, con caratteri grandi.

Proseguendo il cammino e alzando lo sguardo all’orizzonte, tra gli alberi, si vede in lontananza un altro pezzo della villa. Una grandiosa cisterna quadrata, a due piani, ciascuno suddiviso in sei ambienti. Con contrafforti esterni che ne aumentavano la solidità. La struttura, di età imperiale, non è visitabile. E’ circondata da una recinzione sulla quale un cartello avverte del pericolo.  Senza far alcun riferimento a cosa si conservi, quasi naturalmente al suo interno. In compenso si è provveduto ad installare delle illuminazioni in corrispondenza dei quattro angoli della recinzione. In questo modo, quando il parco chiude, nel tardo pomeriggio, il monumento è almeno illuminato.

Il meglio però si trova sul lato opposto della strada. All’interno della parte di Parco alla quale sembra che il servizio Giardini del Comune presti maggiori attenzioni. Oltre alle giostre che richiamano i bambini, ai lati dei vialetti sui quali alcuni fanno footing, altri passeggiano, ci sono i monumenti. Magnifici, imponenti nella loro grandiosità, al punto da potersi osservare addirittura dalla via Prenestina.

Il mausoleo detto di Tor de’ Schiavi, dal nome di una famiglia che lo possedette nel XVI secolo. Rimane in piedi per circa tre quarti. Costituito di un grande tamburo circolare sormontato dalla cupola. Sulla quale sono numerosi arbusti nati spontaneamente. Mentre all’interno, nella muratura, è cresciuto un bell’albero di fico. “Verde” che evidentemente mina la stabilità della struttura. A quel che sembra priva di ogni tipo di manutenzione. Al suo fianco è una grande basilica di età costantiniana, a tre navate.  Anche qui una recinzione perimetra il complesso impedendone l’accesso. In compenso un cartello della locale sede di Legambiente fornisce qualche informazione sui caratteri dell’antica costruzione. Ovviando così al vuoto delle istituzioni competenti. A breve distanza è anche una grande sala ottagonale sulla quale nel Medioevo fu costruita una torre. Dell’edificio resta solo una metà. E da quel che si vede dall’esterno dell’ennesima recinzione, neppure in stato di conservazione ottimale. Come indiziano ancora meglio tratti di muratura crollati di recente. Anche qui l’illuminazione ai quattro angoli permette, calata la luce del sole, almeno, di segnalarne la presenza.

Una grande villa, i suoi monumenti, sparpagliati ai lati della strada. Confusi tra i vialetti di aree a verde. Circondati da recinti che li estraniano dal loro intorno. Contribuiscono a decontestualizzarli ulteriormente. Senza un qualsiasi strumento didattico che ne documenti la consistenza, li posizioni in una ricostruzione grafica dell’intero complesso. Manca completamente un progetto del verde che valorizzi le importanti presenze antiche. Anzi il “verde”, spontaneo, è involontariamente parte integrante dell’antico. Una sorta di reinterpretazione dei monumenti del Grand tour di fine Settecento e inizio Ottocento. Una reinterpretazione tutt’altro che funzionale.

Una risorsa straordinaria per un quadrante della città, anzi per essa stessa, lasciato colpevolmente perire, quasi inghiottito dalla vegetazione. Anche qui sarebbero necessarie nuove risorse. E in attesa che si rendano disponibili, forse, non sarebbe male si ricorresse a idee nuove. Che la politica buttasse un occhio meno distratto al bello che la circonda.