“No place to go”. Nessun posto dove andare. E’ questa la frase che, come un mantra, una ventina di migranti africani continuavano a ripetere dopo lo sgombero da parte delle forze dell’ordine dell’ex caserma di Prati di Caprara a Bologna.

Polizia e carabinieri hanno costretto i 17 migranti, quasi tutti originari della Nigeria, ma in fuga dalla Libia, a uscire dall’edificio abbandonando i loro effetti personali all’interno. Solo in seguito potranno riprenderli, anche se ad alcuni di loro è stato concesso di recuperare alcuni beni di prima necessità come cibo e medicine.

Si tratta di alcuni dei rifugiati che lo scorso 28 febbraio 2013, allo scadere del Piano di accoglienza dell’emergenza Nord Africa, avevano ricevuto 500 euro per abbandonare l’Italia. Ma, una volta esaurito quel denaro, non sapendo dove andare, erano tornati negli stabili dove erano stati inizialmente ospitati, come l’ex caserma Prati di Caprara e la struttura di Villa Aldini.

Alcuni di questi richiedenti asilo, durante l’accoglienza, avevano lavorato in Tribunale per una paga simbolica di 1 euro al giorno sperando in un’assunzione mai arrivata. Anzi, la Croce rossa, che gestisce l’ex caserma, il 4 marzo aveva staccato la corrente elettrica e fatto in modo di rendere inagibile la struttura per obbligare i migranti ad abbandonarla.

“Non è la prima volta che provano a sgomberarli – spiega Giorgio Simbola del sindacato As.i.a-Usb, Associazione inquilini e assegnatari – ma finora eravamo riusciti a impedirlo avviando una trattativa con il Comune di Bologna e con la Croce rossa”. Grazie a quest’accordo, dunque, i rifugiati avevano il permesso “informale” di rimanere nell’ex caserma fino a che non si fosse trovata una soluzione adeguata. Ora, però, a trattativa non ancora conclusa, sono stati cacciati. Militanti e attivisti stanno cercando di riaprire il dialogo con il Comune, ma molti dei rifugiati hanno perso le speranze e la loro unica preoccupazione, per ora, è dove dormiranno e cosa mangeranno nei prossimi giorni.