“Non sono così pezzente da negare 300 euro allo Stato bisognoso, ma mi offende il modo in cui questi soldi mi sono stati chiesti”. Il giornalista Valter Vecellio vive un paradosso che molti italiani hanno vissuto, con un particolare in più da non poco conto. Ha ricevuto una lettera di Equitalia che gli ingiunge di pagare 300 euro di spese processuali. Non per una sua condanna, anzi. Vecellio deve pagare al posto di Erich Priebke, il capitano delle Ss che partecipò alla strage delle Fosse Ardeatine. La stessa richiesta viene rivolta da Equitalia anche a Riccardo Pacifici, capo della della Comunità israelitica di Roma. Ma è il motivo per cui l’agenzia di riscossione chiede i soldi a Vecellio e Pacifici che ha dell’incredibile.  

I fatti risalgono al 1996 quando Vecellio definisce Priebke il “boia delle Ardeatine” in un articolo scritto dopo che il tribunale militare di Roma aveva pronunciato l’intervenuta prescrizione per l’ex Ss. L’ex capitano, co-responsabile dell’eccidio di 335 civili e militari italiani il 24 marzo 1944 si sente offeso dalla definizione “boia” che il giornalista usa nel suo scritto e querela sia lui che Pacifici. I giudici assolvono entrambi in tutti e tre i gradi di giudizio condannando Priebke a pagare un risarcimento. “Mi sarei fatto dei problemi di coscienza anche a ricevere quel denaro da un simile personaggio – spiega Vecellio – I soldi comunque non sono mai arrivati”. E’ arrivata invece la richiesta di Equitalia di sanare il debito che l’ex capitano ha nei confronti dello Stato perché condannato.  

“Un signore che non ha nulla da perdere, querela chi gli pare – scrive Vecellio nella lettera aperta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri – Poi perde la causa ed è condannato a risarcire le spese, ma non lo fa, perché risulta nullatenente. Lo Stato allora chiede che le spese siano pagate da chi è stato tirato in ballo e di nulla è responsabile”. Un paradosso al quadrato. Anzi, al cubo visto che a Vecellio e Pacifici viene detto che possono rivalersi nei confronti di Priebke. “Evidentemente si pensa che io possa ottenere quella soddisfazione che lo Stato non riesce ad avere”. Rimane una domanda che il giornalista rivolge a Napolitano e Cancellieri: “E’ giusto che due cittadini di questa Repubblica, denunciati un ex ufficiale nazista per reati che tre gradi di giudizio ritengono non sussistere, debbano pagare le spese per processi che non hanno intentato ma hanno subito, perché lo Stato italiano non sa, non vuole, non può farsele pagare da chi è stato condannato?
”. 

LA LETTERA DI VALTER VECELLIO A GIORGIO NAPOLITANO E ANNA MARIA CANCELLIERI

Signor Presidente della Repubblica,
 Signora Ministro di Giustizia,
giorni fa ho ricevuto una busta, da “Equitalia”; non reca data, o timbri. E’ una perentoria ingiunzione. Si intima di versare entro sessanta giorni – non si capisce a decorrere dal quale – di pagare la somma di circa trecento euro. Non è per una tassa non pagata, o per un errore commesso dal mio commercialista. Ho dovuto leggere e rileggere alcune volte i cinque o sei fogli, in carattere lillipuziano e gergo da iniziati, per capire di cosa si tratta: sono spese processuali; e non vi nascondo che sono stato preso da un senso di inquietudine e apprensione: quale processo? Se devo pagare spese significa che sono stato condannato… Quando? Perché? Denunciato o querelato da chi? Non ne so nulla. Condannato a mia insaputa?

L’attenzione viene attirata da due nomi: Erich Priebke e Riccardo Pacifici. Il primo è l’ex ufficiale delle SS che sconta un ergastolo ai domiciliari a Roma, dopo la condanna per i fatti alle Ardeatine. L’altro è il mio amico Presidente della Comunità Israelitica di Roma. Vado così indietro nel tempo: a quando, Priebke aveva presentato querela nei confronti di Pacifici e miei.

I fatti, brevemente: quando il tribunale militare di Roma, il 1 agosto del 1996 pronuncia l’intervenuta prescrizione per l’ex SS, una folla indignata manifesta per ore; fino a quando l’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick non interviene, il processo rifatto, e si giunge alla condanna che ora Priebke sconta. Su quei fatti si può avere l’opinione che si crede, non è questo il punto, le ritengo tutte legittime. Il punto è che Priebke si era sentito in qualche modo leso da quanto ho scritto in un mio articolo, e dal comportamento di Pacifici. Entrambi siamo stati assolti in primo e secondo grado; la Cassazione infine ha dichiarato improcedibile il ricorso contro le sentenze che rigettavano la richiesta di risarcimento avanzata dall’ex Ss.

Ci siamo pagati di tasca nostra gli avvocati; abbiamo perso un po’ di tempo, non abbiamo chiesto un centesimo di risarcimento (personalmente avrei avuto problemi anche a darlo in beneficenza, quel denaro); la storia, pensavo, fosse finita lì. Invece arriva la cartella di Equitalia, “Servizio notificazioni atti fiscali”.
 Accade questo: l’Agenzia delle Entrate vuole che da Riccardo e da me il pagamento delle spese processuali. L’avvocato, mortificato, mi spiega che dal momento che Priebke non paga, lo Stato si rivale, per le spese sostenute, su di noi; e questo indipendentemente dal fatto che la causa la si sia vinta, non si sia stati noi ad accenderla e la si sia subita…Insomma, un signore che non ha nulla da perdere, querela chi gli pare. Perde la causa, è condannato a risarcire le spese, non lo fa, perché risulta nullatenente. Lo Stato allora chiede che le spese siano pagate da chi è stato tirato in ballo e di nulla è responsabile. Non manca la beffa finale: mi viene detto che posso sempre rivalermi nei confronti di Priebke, evidentemente si pensa che io possa ottenere quella soddisfazione che lo Stato non riesce ad avere. Che si fa, si ride o si piange?

In paesi di consolidata civiltà giuridica come gli anglosassoni se si fa causa chiedendo risarcimenti, e si fa perdere tempo e denaro alle persone, e si viene trascinati in tribunale per nulla esiste un qualcosa che si chiama “lite temeraria”; chi la intenta viene condannato a pagare svariati multipli rispetto a quello che si chiede per risarcimento, e soprattutto nessuno si sogna di chiedere a chi a vinto di pagare le spese processuali.
Ora vorrei che sia chiaro: non sono così pezzente da non avere i trecento euro circa che mi chiedono Equitalia e l’Agenzia delle Entrate. Ne faccio, come si dice, una questione di principio.

Signor Presidente Giorgio Napolitano, Signora Ministro Anna Maria Cancellieri: è giusto che due cittadini di questa Repubblica, denunciati un ex ufficiale nazista per reati che tre gradi di giudizio ritengono non sussistere, debbano pagare le spese per processi che non hanno intentato ma hanno subito, perché lo Stato italiano non sa, non vuole, non può farsele pagare da chi è stato condannato?
 Signor Presidente, Signora Ministro: se me lo dite voi, pago senza fiatare. Però vorrei sentirmelo dire da Lei, Signor Presidente, da Lei Signora Ministro della Giustizia.

Un saluto cordiale, Valter Vecellio