Muore, come tutti, anche Giulio Andreotti. Con lui muoiono molte verità. Dubito che abbia lasciato significativa memoria degli eventi dei quali è stato in larghissima parte co-protagonista, attore e solo in alcuni rari casi spettatore, comunque privilegiato. Va detto che di quelle verità a questo Paese poco importa. L’Italia si siederà placida sulla comoda memoria confezionata da intellettuali cortigiani, ripeterà con barocco conformismo verità di comodo, assunti traballanti somministrati con vibrante solennità, si crogiolerà nel triste e patetico rito dell’omaggio “bypartisan” e, questo nostro triste Paese che non ama la verità, come sempre, si autoassolverà. Prono di fronte alle nuove nefandezze, che temo ci faranno rimpiangere quelle del defunto Divo Giulio.

Mi intristisce anche il retorico conformismo dell’antimafia dura e pura, le parole roboanti degli “eroi della sesta” come li chiamava il Manzoni. Questo è un Paese di Chiese, di rituali, di conformismi, di scarsa fantasia e banalità, recitata con toni da Capitan Fracassa.

Leggo alcuni scritti, firmati da giovincelli, che di Andreotti sanno ben poco, che scimmiottano le scarna durezza di Pasolini e finiscono solo per diventare controcanto del collettivo osannare che spazia da studi televisivi a paludati ed insospettabili editoriali.

Andreotti lo hanno raccontato in molti, sempre a tratti, con sapiente maestria e acuta capacità di analisi, come ha fatto Montanelli o Sorrentino nel suo straordinario ritratto cinematografico. Un noir caravaggesco, “Il Divo“, che in realtà ci racconta il Potere, la sua incarnazione umana. Perché questo in fondo è stato Giulio Andreotti. Il Potere nella sua espressione assoluta, mai forse legata al diretto interesse personale: il ladrocinio privato di tanti suoi sodali di partito, corrente e maggioranza è stato invece elemento costitutivo del sistema. La riflessione che si ferma solo alla persona mi pare dunque riduttiva. Andreotti muore, ma non muore l’idea che in questo Paese si ha del Potere. Un Paese che è passato senza soluzione di continuità dall’oligarchia sabauda al fascismo e che ha immediatamente trovato compensazioni autoritarie, esterne al sistema della democrazia costituzionale, per gestire la fase repubblicana. Andreotti di questo Potere è stato simbolo, strumento e al tempo stesso artefice. Non ne è stato certo l’unico autore. Ha gestito il Potere nell’unico modo che questo Paese accetta e gradisce. Il modello autoritario, cinicamente astratto da ogni umanità, finalizzato non alla ragion di stato, inteso come supremo interesse collettivo, ma alla conservazione di un assetto sociale di un rapporto di classe. Il Potere di una borghesia rapace, miserabile e scarsamente acculturata che prospera in un’Italia provinciale, atea, ma devota ai riti e alle gerarchie. Un Paese che disprezza il sapere, che esalta il suo essere ruspante e fa bandiera dell’ignoranza, che non studia, che non legge, che disprezza il merito e le regole, che punta alla scorciatoia per raggiungere l’interesse personale e naviga eternamente a vista, disprezzando, e assassinando a volte, i pochi intellettuali che per ventura vedono la luce sul suo suolo. Un Paese in larga misura incapace di sognare, di avere una visione che vada oltre il trogolo colmo di avanzi. L’Italia incarnata da Andreotti è questa. La maggioranza del nostro popolo in questo modello, ci piaccia o no, si è riconosciuta e si riconosce.

Andreotti ha costruito un modello di Stato, non lo ha fatto da solo. Ha avuto al fianco la sua generazione, non solo i dirigenti democristiani, ma una larga parte della classe politica, dell’imprenditoria felice di pagare per prosperare in un mercato drogato. Ha creato i boiardi di Stato, dipendenti nel loro ingrassare, dal Potere che servivano con assoluta ed incrollabile fedeltà. Ha trattato alla pari con la mafia, seguendo – senza vero scandalo – il modello di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti. Poteri che si confrontano e si siedono ad un unico tavolo scellerato.

Ha difeso questo Potere. Lo ha fatto seguendo il modello del Principe. Paura e blandizie, spietata freddezza e accomodante e paciosa ironia.

Oggi lo scatenarsi su Andreotti lo trovo patetico. L’ennesimo rito per lavarsi la coscienza. Uguale a quello del dopoguerra che, nella vuota e retorica esaltazione dell’eroismo di pochi, fece lavacro della viltà e del cieco consenso dei molti.