Il recente libro del giornalista emiliano Gabriele Romagnoli, ‘Domanda di grazia (significativamente indirizzato anche, nella dedica, “Al Presidente della Repubblica italiana”) è un’opera breve – poco più di cento pagine – ma complessa.

Tra le righe emerge, infatti, l’animo del cronista (con una descrizione, la più “asettica” possibile, di una vicenda processuale che ha alla base l’omicidio di un’anziana signora), lo spirito dell’osservatore critico del mondo giudiziario e carcerario ma, soprattutto, esce la natura di amico e compagno di scuola del condannato, una circostanza che creerebbe non pochi problemi a ogni scrittore e che solleva ricordi sempre molto difficili da pubblicare per il timore, costante, di fare del male a qualcuno, soprattutto alle vittime dei delitti, in primis, e a sé stessi, poi.

Si narra, dicevo, la storia di tale Andrea Rossi, commercialista a Bologna, padre di sei figli, che viene condannato all’ergastolo all’esito di un rapido iter processuale. La vicenda è tragica, ma non ebbe gran risalto nei media nazionali; fu, invece, di grande importanza per l’autore, che seguirà le varie fasi in giudizio e otterrà, finalmente, un incontro in carcere con il suo vecchio amico.

Il Romagnoli cronista, in questo libro, descrive con precisione le vicende investigative e processuali: il cambio di avvocati “in corsa”, le indagini e i contrattempi, gli alibi e le tracce del delitto, una condanna, dice, basata su “moltissimi indizi ma nessuna prova”. Il Romagnoli amico cerca, al contempo, di fare penetrare nelle rigide griglie processuali l’umanità e il carattere strambo di Andrea. Lo fa non per cercare una “scorciatoia” o un’assoluzione postuma, ma per cercare di far comprendere il “contorno” e le numerose sfaccettature del personaggio, e il suo rapporto problematico con la realtà. I ricordi partono da quando avevano quattordici anni, insieme al liceo classico Galvani, per poi proseguire nel periodo dell’università. Il profilo descritto attraverso i ricordi si confonde, e spesso entra in contrasto, con quello freddo e glaciale cristallizzato negli atti processuali e nella cronaca del tempo.

I fatti processuali descritti, che cominciano a far sorgere dubbi nell’amico-autore, iniziano nel 2007, con l’arresto di Andrea Rossi come conseguenza di un delitto avvenuto nell’estate del 2006: il commercialista bolognese avrebbe ucciso una sua anziana cliente, Vitalina Balani in Fabbiani, il 15 luglio 2006, in un appartamento alla periferia di Bologna. I Vigili del Fuoco entrarono in casa passando dal terrazzo: la donna era sparita, doveva essere a Riccione con il marito, e al termine delle ricerche la trovano cadavere in casa. Il primo medico legale certificherà una morte naturale. La donna, sposata con un ricco immobiliarista, aveva prestato al Rossi oltre due milioni di euro.

Romagnoli, più che sui fatti acclarati, punta sugli errori e sulle contraddizioni: la morte prima “naturale” poi diventata “omicidio”, il badante licenziato scomparso e potenzialmente vendicativo, l’enorme flusso di contanti nella vicenda. A un certo punto, tutta l’energia investigativa dell’accusa si rivolse nella direzione del Rossi: era il commercialista della defunta, aveva una situazione finanziaria caotica fatta di prestiti richiesti, di somme non versate al fisco, di alibi (uno scontrino) che vennero poi clamorosamente smontati in processo e, soprattutto, vi era il sospetto che volesse ingannare gli inquirenti. Quando si scoprì che il Rossi aveva cancellato dal suo computer una serie di documenti con le transazioni tra lui e la vittima proprio la sera prima del delitto, la condanna si annunciò come certa nonostante la mancanza di tracce di Dna sul luogo del delitto.

Molto realistica è la descrizione dei vari gradi di processo e della ricerca da parte dei famigliari di una verità (non necessariamente processuale) in una vicenda molto intricata. La domanda che aleggia è: si è arrivati alla conclusione giusta, ma tramite la strada sbagliata, basandosi su un movente chiaro e una successiva condotta contraddittoria e sospetta? Il libro si conclude con l’incontro in carcere tra ergastolano e cronista/amico.

La lettura, dicevo in esordio, è davvero stimolante. Per chi è appassionato di questioni giudiziarie, i fatti prendono il ritmo, quasi, di un legal thriller: i conflitti con gli avvocati e tra avvocati, le liti tra magistrati e difesa, la presenza della giuria popolare, la descrizione minuta delle attività investigative e, soprattutto, delle casualità che, durante un’indagine, condizionano gli eventi e fanno “cambiare strada” agli inquirenti, la disperazione di un condannato che si ritiene innocente e non riesce a far emergere le sue considerazioni. Per chi è, invece affascinato, dal lato psicologico di queste vicende, Romagnoli è molto attento anche nel descrivere l’evoluzione del carattere delle persone e le loro sensazioni, nonché la vita quotidiana un po’ torbida di provincia tipica di Bologna e i numerosi aspetti grigi, non chiariti o tenuti nascosti, che sicuramente incuriosiscono il lettore.

La cosa più apprezzabile è, a mio avviso, il costante equilibrio nella narrazione: Romagnoli è amico, ma non prende incondizionatamente le parti del condannato e, anzi, si strugge per la sua ingenuità, ma non arriva mai ad assolverlo. Preferisce rimanere equidistante e porre dei dubbi, come si porrebbe un qualsiasi cronista di giudiziaria. Contemporaneamente, usa toni molto pacati per non ferire nessuno dei personaggi coinvolti, dalla vittima agli investigatori sino agli “strani” avvocati che si sono succeduti nel rito del processo (compreso un civilista in primo grado!).

Ciò che rimane non è certamente una simpatia per l’ergastolano, e dubito che fosse l’obiettivo di Romagnoli. Rimane, invece, ansia per la fragilità e delicatezza di un meccanismo processuale e investigativo che, in alcuni casi, può essere condizionato dal caso, o dalle scelte, o dalle interpretazioni di confine, e che sembra “prediligere” alcune strade (sulle quali investire risorse investigative) tralasciandone altre, invece di garantire un’analisi completa.

Lo suggerisce lo stesso Romagnoli: magari il Rossi era colpevole, e magari le sentenze sono state corrette, e hanno fatto giustizia. Ma tutto il procedimento ha mostrato vulnerabilità, lacune e lati oscuri.

E ciò deve fare, quanto meno, riflettere.

Lo scrittore, in conclusione, pone sul tavolo tutte le carte. I suoi dubbi, i suoi ricordi e i lati oscuri delle investigazioni. E lascia al lettore il delicato compito di decidere.