Per inquadrare lo spessore concettuale della squadra Inter, credo non si possa prescindere dalla sua data di nascita, frutto di una “scissione” dal Milan, avvenuta il 9 marzo del 1908.

L’idea della differenza, della diversità, una scissione costitutivamente ontologica che è difficile, se non addirittura impossibile, ricomporre in un quadro di certezze condivise, è il grande archetipo originario di questa squadra. L’Inter ha, infatti , una vocazione antisistematica congeniale, che produce un campo di tensione irriducibile.

Dal punto di vista filosofico si può pensare all’idea dell’‘estremo’, con particolare riferimento alla dialettica degli estremi di Walter Benjamin, che rifiuta pregiudizialmente l’idea della conciliazione e della mediazione, come sottolinea icasticamente Schönberg nella formula introduttiva alle sue sei Satire per coro: “La via di mezzo è l’unica che non conduce a Roma”.

Vi sono due interpretazioni della differenza: la differenza ricomponibile nel sistema, un caso esemplare è quello hegeliano, e la differenza irriducibile, come nel pensiero di Benjamin e Adorno.

Questa seconda interpretazione della scissione, che definisco “sublime”, si può leggere tra le righe di un importante frammento filosofico della Dialettica dell’Illuminismo: “L’invocazione del sole è idolatria. Solo nello sguardo sull’albero disseccato dal suo ardore vive il presentimento della maestà del giorno che non dovrà bruciare il mondo che illumina”. È solo in ciò che è scisso, nell’utopia insita nell’infinitamente caduco che si nasconde la verità più autentica.

Sotto il profilo filosofico, l’idea della scissione che solo una dialettica aperta potrà legittimare, riesce a spiegare la genealogia concettuale in cui, sin dal suo atto di nascita, è iscritto il destino dell’Inter. Una genealogia che esplica anche come l’Inter sia sempre stata una squadra di “minoranza”, non accettabile proprio per l’idea della differenza che ha sempre espresso e che crea un cortocircuito pregiudiziale con la maggior parte dei tifosi. Scelgo un caso esemplare, quello di una giovane tennista italiana sempre più vincente, Sara Errani, che in una delle prime interviste pubbliche dichiara: “Io detesto l’Inter e mi sento più vicina a squadre come la Juventus e il Milan”. Quello di Sara Errani rappresenta il comune denominatore del cittadino medio che non può accettare l’idea stessa della differenza e tutto ciò che ne può conseguire.

L’Inter ha metabolizzato nel profondo questa sua diversità e, in alcuni momenti della sua storia, come nella stagione odierna costellata da errori gestionali, infortuni clamorosi e reiterati, sviste arbitrali ripetute, sembra quasi volersi punire per questa colpa originaria, un’idea della colpevolezza destinale a cui non si può sfuggire, quella stessa idea che, nel secondo atto della Vita è un sogno di Calderon de La Barca, esprime il principe Sigismondo nel suo soliloquio: “Qual è stata la mia colpa se non quella di essere nato?”. Versi che saranno ripresi da Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione.

La colpa, che per il cittadino “medio” – vedi il caso di Sara Errani – è inaccettabile, esalta invece chi, come me, ha fatto una scelta di vita, di “minoranza”. Io, al contrario di Sara Errani, amo l’Inter e continuerò ad amarla e a difenderla anche in uno dei momenti più negativi della sua storia perché credo che solo la differenza sia la linfa di una vita autenticamente vissuta.