E’ giallo sulle esternazioni del ministro per lo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, circa la statalizzazione di Telecom Italia lanciata domenica pomeriggio dalle agenzie di stampa. Telecom “potrebbe tornare ad essere pubblica”, diceva la prima riga  del lancio che poche ore dopo è stato ritrasmesso senza la frase che un portavoce del ministro nega sia mai stata pronunciata. Confermata, invece, la successiva dichiarazione: “Ho incontrato Bernabè (il presidente di Telecom, ndr) ed abbiamo avviato un dialogo sull’argomento. Fatemi capire bene di che si tratta e poi vi dirò qualcosa”.

Sabato sul delicato tema del gruppo di telecomunicazioni (28,27 miliardi il debito a fine 2012) disastrosamente privatizzato nel 1997 da Romano Prodi e della rete, che è il principale asset di valore della società, si era espresso anche il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri“Si avvicinano decisioni strategiche per la rete di telecomunicazioni. La Telecom si prepara al possibile ingresso di altri azionisti e diventa non rinviabile un diverso assetto della rete”, aveva detto in una nota aggiungendo che “la soluzione più logica, e della quale abbiamo parlato più volte da anni, è quella di costituire una apposita società, della quale la Telecom controlli una quota pari al valore della rete, con altri azionisti che assumano un ruolo in base agli investimenti realizzati”.

Cassa depositi e prestiti, aveva aggiunto l’esponente del Pdl, “può assumere un ruolo prezioso insieme ad altri investitori. Su questo tema nel rispetto delle dinamiche del mercato è più che legittima una riflessione in ambito istituzionale e parlamentare”. Pochi giorni fa, invece, il presidente della Cdp, Franco Bassanini, in seguito a un colloquio con il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, aveva detto che ”non c’era nessuna ragione per parlare specificamente di Telecom”. Per poi ricordare che sul tema dell’eventuale scorporo della rete Telecom “Cdp continuerà a osservare il vincolo di riservatezza”.

Intanto i consulenti e i vertici della società controllata da Intesa, Mediobanca, Generali e Telefonica attraverso la scatola Telco, sono al lavoro sulle due operazioni straordinarie che potrebbero cambiare la fisionomia del gruppo, ma “allo stato ogni ipotesi di conclusione di accordi con possibili partner nel mobile o nel fisso, architetture societarie e prospettive di quotazione di una eventuale società della Rete è da considerarsi prematura”, come aveva mandato a dire Telecom venerdì 3 maggio.

Mercoledì 8 è in calendario una riunione del cda che alzerà il velo sui piani del presidente esecutivo Franco Bernabè che secondo le attese fornirà un’informativa complessiva sul dossier Hutchison Whampoa, alla luce dell’esame dei conti riclassificati di 3Italia e i consiglieri potranno così valutare la proposta di conferimento fatta dal gruppo di Hong Kong in cambio di una quota di Telecom (intorno al 10%) e la richiesta di crescere poi arrivare fino al 29,9% tramite l’acquisto di azioni dai soci di Telco.

Generali, Mediobanca, Intesa e in primis Telefonica sono apparsi in prima battuta freddi all’idea di vendere ma, nelle scorse settimane, si è fatta strada anche l’idea che qualcuno possa approfittare della finestra che si aprirà a settembre e che darà la possibilità di recedere dal patto di sindacato che vincola gli azionisti di Telco, permettendo così a chi lo volesse di avere mani libere. Niente di imminente però e questo lascia supporre che quello a cui il cda potrà dare il via settimana prossima sarà solo l’inizio di un percorso.

L’aggregazione con 3Italia nel mobile è una delle due operazioni straordinarie promosse da Bernabè, legata a filo doppio con quella che riguarda invece il fisso. E la separazione (in gergo spinoff) della rete e l’ingresso di Cdp per apportare nuove risorse che consentano di accelerare i piani di sviluppo delle reti di nuova generazione previsti nel piano industriale secondo alcuni analisti sarebbe addirittura viatico all’ingresso del partner cinese nel mobile. Addirittura secondo Il Messaggero, Bernabè presenterà già al prossimo consiglio un accordo preliminare con il Fondo Strategico Italiano della stessa Cdp. 

Lo schema a cui gli advisor starebbero lavorando sarebbe quello di una società di nuova costituzione, a cui conferire la rete fino ai “cabinet”, da quotare in Borsa, collocando il 45-60% del capitale. La Cassa Depositi e Prestiti, che fa capo al Ministero del Tesoro per conto del quale gestisce i risparmi postali degli italiani, potrebbe entrare in fase di quotazione o con un aumento di capitale riservato e sarebbe interessata a una quota di minoranza (15-20%). Davanti alle ipotesi profilate dal quotidiano del gruppo Caltagirone, però, Telecom aveva però parlato di  “mera speculazione”.