‘Ci sono due tipi di canzoni: canzoni di vita e canzoni di morte. Le canzoni di morte – quelle che parlano di champagne per due e di cappelli a cilindro da mettersi in testa – ti dicono che non c’è niente di cui essere orgogliosi nell’essere un lavoratore, ma che se lavori bene e lavori sodo un giorno diventerai il capo. Allora potrai indossare un papillon bianco e un bel frac e diventare tu il protagonista di nuove canzoni. A me piacciono le canzoni di vita, quelle che ti fanno sentire orgoglioso di te stesso e del tuo lavoro, canzoni che cercano di migliorare le cose per tutti, canzoni che protestano contro tutte quelle cose contro cui bisogna protestare, e Dio solo sa quante migliaia ce ne sono; e se provi a immaginartele, ti verrà in mente un titolo che, quando scrivi una canzone, è poi come aver vinto la battaglia.’

Questa è una delle memorabili frasi dette da Woody Guthrie che compaiono in “Woody, Cisco & Me”, testo autobiografico di Jim Longhi, pubblicato in Italia da Edizioni Clichy (che hanno preso il testimone dalle Edizioni Barbès, e il cui nome viene dal versante della collina di Montmartre opposto a Barbès e scenario del capolavoro di Truffaut, “I 400 colpi”). Avvocato, commediografo e cantante all’occorrenza, Jim Longhi racconta in questo memoir la sua esperienza, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, in compagnia delle due leggende del folk Woody Guthrie e Cisco Houston. L’improbabile terzetto, imbarcatosi nella Marina mercantile – nonostante le reticenze dello stesso Jim – per ben tre volte, sopravvive a tempeste, giocatori d’azzardo non propriamente raccomandabili e a due attacchi missilistici, riuscendo nel contempo a conquistare con la propria musica ufficiali, camerati e civili. Scritto in tono spigliato e rocambolesco, il racconto di Longhi ci restituisce l’immagine inconsueta di un Woody Guthrie servitore della patria (come addetto alla mensa) al fianco degli eroi dello sbarco in Normandia; e aggiunge gustose sfumature a quella ormai celebre dell’autore di “This land is your land” e ispiratore di Dylan e Springsteen, sempre impegnato in prima persona per i diritti dei più deboli, dall’Oklahoma alle stive dei militari di colore, dai quartieri popolari di Palermo alla casbah di Oran. L’avventura al fianco di Cisco e Jim sarà anche ricordata dallo stesso Guthrie, pur non così dettagliatamente, nella sua autobiografia e soprattutto in una canzone interamente dedicata al terzetto, “Seamen Three: ‘We were seamen three/Cisco, Jimmy and me/Shipped out to beat the fascists/Across the land and sea’.

Si tratta di un libro molto bello, ben scritto e dal sapore quasi epico. Un testo che può essere letto come una saga avventurosa (squisitamente reale), o come una dedica alla musica folk, impegnata politicamente, degli Stati Uniti, in primis a uno dei suoi massimi esponenti: Woodrow Wilson Guthrie.

Woody Guthrie è nato nel 1912 nello stato dell’Oklahoma, ad Okemah, una piccola città cresciuta nel periodo del boom petrolifero. Molti hanno fatto fortuna con il petrolio e suo padre è fra questi, ma ben presto i giacimenti si esauriscono gettando sul lastrico intere famiglie, Guthrie compresi. La sua infanzia è segnata da un susseguirsi di disgrazie: la casa che va a fuoco, la sorella che muore in un incidente domestico per l’esplosione di una stufa a petrolio, la madre che viene ricoverata per una grave malattia e infine il padre che muore ustionato dall’amante della moglie. Woody Guthrie rimane ben presto solo, se ne va da Okemah e inizia a vagabondare per gli Stati Uniti; riesce a sopravvivere facendo qualsiasi genere di lavoro e finisce per fare il gigolò. Impara a suonare l’armonica a bocca, la chitarra e il mandolino. Per un breve periodo suona in una country band in Texas perfezionando il suo personalissimo modo di suonare la chitarra; inizia a scrivere canzoni che parlano della vita della gente, dei lavoratori, delle loro lotte, degli scioperi e della fatica quotidiana per la sopravvivenza.

Arriva a New York alla fine degli anni trenta e incontra un gruppo di intellettuali che stanno riscoprendo la musica popolare. Fra loro ci sono Pete Seeger, Alan Lomax, Cisco Houston, e bluesmen del calibro di Leadbelly e Sonny Terry, che trovano in lui il rappresentante di quella genuina arte popolare che cercavano. Scrive moltissime canzoni e diventa ben presto un punto di riferimento della musica folk statunitense.

Alla fine della guerra, dopo le straordinarie peripezie raccontate nel libro “Woody, Cisco & Me” riprende a suonare e incidere canzoni, ma la sua collocazione nella sinistra statunitense e nel sindacato gli procurano un posto nelle liste nere della ‘caccia alle streghe’ durante il Maccartismo, rendendogli la vita ancora più difficile. Nel 1956 le sue condizioni di salute peggiorano: colpito da una grave malattia ereditaria, la Corea di Huntington, entra in ospedale e non ne uscirà quasi più fino alla morte, avvenuta il 3 ottobre 1967. Fra gli autori che hanno seguito le sue orme, subendone la decisiva influenza, si possono ricordare Bob Dylan, Bruce Springsteen e Joe Strummer. Hanno inciso sue canzoni anche: Joan Baez, Pete Seeger, Ry Cooder, Cisco Houston, The Kingston Trio, The Weavers, Peter, Paul and Mary, Tom Paxton, Country Joe McDonald, Judy Collins, Harry Belafonte, Ramblin’ Jack Elliott, gli U2, John Mellencamp, Odetta, Richie Havens, Ani DiFranco, Billy Bragg, James Talley e il figlio Arlo Guthrie.

Ribelle, sempre pronto a dare voce a chi voce non ha, lo spirito di Guthrie nel libro di Jim Longhi viene fuori anche per la sua pungente ironia: ‘Ogni volta che qualcuno compra un mio disco, io guadagno due centesimi. Ho venduto così tanti dischi che mi mancano solo dieci dollari per comprarmi una chitarra nuova’.