La revisione della legge elettorale è forse la più urgente delle riforme istituzionali. Ma anche la più difficile perché i partiti conoscono le conseguenze politiche che comporta scegliere un modello oppure un altro. Si può adattare all’Italia l’esperienza canadese della Civic Assembly?

di Mario Cucchini* (Fonte: lavoce.info)

La riforma più urgente e più difficile

Nel 2011 il patto politico era chiaro: i professori avrebbero dovuto sistemare i conti e nel contempo la classe politica avrebbe lavorato per la propria “autoriforma”. I conti – a forza di lacrime e sangue – sono stati un po’ raddrizzati, ma della promessa autoriforma della politica non vi è stata traccia. Niente riduzione dei costi della politica. Niente riforma del finanziamento pubblico. Niente controlli esterni alle spese dei gruppi parlamentari. Niente legge sullo status giuridico dei partiti politici. Niente riduzione dei parlamentari e niente riforma elettorale. Insomma, niente di niente e ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti: le elezioni politiche dello scorso febbraio non sono state risolutive e i problemi sono ancora tutti lì sul tavolo, solo più complicati.

Definire riforme strutturali profonde al fine di ricostruire su basi nuove la rappresentanza politica in tutti i suoi aspetti è quindi oggi ancora più importante. E tra tutte, la riforma elettorale è probabilmente la più urgente, come ricordato anche da molti commentatori su lavoce.info. Però si tratta anche di gran lunga della riforma più difficile. Come evidenziava Giovanni Sartori in un suo scritto di alcuni anni fa, la sola legge elettorale “onesta” è la prima, quella fondativa, la sola protetta dal “velo di ignoranza” sui suoi esiti, mentre tutto il dibattito successivo finisce per essere invariabilmente viziato dalla conoscenza degli effetti politici e dei rapporti di forza emersi con il primo voto.
Tanto più la riforma è necessaria, tanto più è di difficile realizzazione. Come affrontare questa equazione a due incognite apparentemente irrisolvibile? Magari prendendo esempio dalla recente esperienza canadese, dove per riformare la legislazione elettorale vigente in due importanti stati (Ontario e British Columbia) si sono create “assemblee civiche” di cittadini incaricati di redigere una nuova legge elettorale da sottoporre a referendum popolare confermativo.
L’esito di questo processo è stato in chiaroscuro (più positivo in British Columbia, meno in Ontario), ma l’idea è interessante e nel contesto italiano potrebbe essere riprodotta con solo qualche leggera variazione. Proverò a illustrare in sintesi le singole fasi, che immagino contenute entro l’arco di dodici mesi.

Le quattro fasi del processo

Il primo passo è costituire un’assemblea composta da un numero di persone rappresentativo della popolazione sorteggiato tra cittadini che abbiano svolto la funzione di giudice popolare di corte d’assise d’appello, eventualmente integrato con ulteriori nominativi al fine di una equa rappresentanza dei generi e delle minoranze linguistiche. Nell’esperienza canadese, i cittadini sorteggiati (con un processo a più fasi sul quale non mi soffermo) formarono un’assemblea di circa 150 persone, ma ritengo che nel caso italiano i numeri potrebbero essere decisamente più contenuti.
Va poi prevista una fase di alcuni mesi di formazione approfondita sui meccanismi elettorali e sul loro impatto politico, con simulazioni e comparazioni delle esperienze straniere. In parallelo, il Parlamento dovrebbe “legittimare” il lavoro dell’assemblea approvando una legge costituzionale istitutiva. Si potrebbe obiettare che è curiosa l’approvazione di una legge che istituisce una struttura nei fatti già operante, ma un “semi-precedente” c’è: quello della commissione bicamerale per le riforme istituzionali creata nel 1992, che ricevette formalmente i propri poteri “costituenti” quando il suo lavoro era già in fase inoltrata.
Alla formazione dovrebbe seguire la terza fase di stesura della normativa vera e propria, anche questa della durata di alcuni mesi, durante la quale l’assemblea dovrebbe potersi valere del supporto tecnico di Camera e Senato.
La quarta fase, quella di approvazione, potrebbe essere delegata al Parlamento, che discuterebbe la nuova normativa senza apporvi modifiche, ma limitandosi a un voto complessivo sulla norma, oppure demandando l’ultima parola a un referendum confermativo, come nell’esperienza canadese.
Alcuni dettagli sono certo perfezionabili: mi rendo conto ad esempio delle possibili obiezioni relative al meccanismo del sorteggio che può sembrare una sorta di “salto nel vuoto”. Rispetto al precedente canadese, che non prevedeva vincoli particolari, ho comunque ritenuto di proporre un filtro, indicando la figura dei giudici popolari di corte d’assise d’appello che hanno una scolarizzazione almeno a livello di scuola media superiore, un indubbio senso civico (essendo l’iscrizione nei registri di natura volontaria) e buona condotta morale. Inoltre, il meccanismo del sorteggio mi sembra il solo che potrebbe almeno in parte ricostruire il “velo di ignoranza” di cui sopra.
Quanto preme sottolineare è che se un processo simile è stato attivato in altri contesti democratici maturi è riproducibile anche da noi, pur avendo ben chiara la differenza tra la natura civica dei contesti socio-politici di cultura anglosassone e la nostra realtà. Però, a situazioni limite, soluzioni limite.

*Marco Cucchini: Consulente politico e legislativo, dal 2009 docente di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato presso il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia, in precedenza ha insegnato Diritto Pubblico Comparato e Analisi delle Politiche Pubbliche a Udine, facoltà di Lingue e Letterature Straniere