Sono 19 i dipendenti di Rifondazione Comunista dopo tre anni e mezzo di cassa integrazione sono tornati alla sede nazionale del partito a Roma per riprendere la propria attività. Entrati sono stati costretti a chiamare i carabinieri per accertare la loro presenza sul luogo di lavoro. Per tutta risposta hanno ricevuto una lettera di “sospensione dalla retribuzione”. “Siamo senza cassa integrazione – racconta un lavoratore – e senza stipendio vista la lettera di sospensione. Non ci aspettavamo un trattamento così da un partito che difende i lavoratori”. Quando arriva Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, si confronta con i dipendenti che gli contestano le procedure e la lettera di sospensione: “Il nostro problema – spiega Ferrero – è che da 160 dipendenti nel 2008 dobbiamo arrivare a una decina, visto che non abbiamo più rimborsi elettorali e non siamo più in Parlamento”. Nel pomeriggio arriva la notizia di una proroga della cassa integrazione per altri due mesi. “Non c’è nessun licenziamento, tutti i dipendenti restano in  cassa, in questo modo – aggiunge Ferrero – decade anche la lettera di sospensione”. I lavoratori sono in attesa della comunicazione ufficiale e della firma. “Ora – racconta un’altra dipendente – vogliamo discutere i criteri di uscita dal posto di lavoro che devono essere quelli previsti dalla legge. Il partito deve rispettare i criteri e tutelare i nostri percorsi”  di Luca Pisapia e Nello Trocchia