Recentemente ho avuto occasione di discutere con due contrapposti punti di vista riguardo il profitto in sanità: il primo ne faceva l’apologia il secondo lo condannava in quanto tale come immorale (Quotidiano Sanità26 aprile).

Per me la discussione dovrebbe riguardare la differenza che esiste tra speculazione/non speculazione, intendendo per speculazione una remunerazione sproporzionata e irragionevole sia nei confronti dei costi sostenuti, sia nei confronti dei benefici prodotti, e tendendo conto di quel che in sanità conta di più, sia nei confronti dello stato di bisogno di chi è ammalato. “Speculare” sulle malattie delle persone per me è immorale e questo vale tanto per il profitto dei clinicari lombardi che per il reddito dei grandi professionisti nell’esercizio privato della professione. Per non essere speculativo sia chi prende un profitto, sia chi prende un reddito, dovrebbe essere remunerato in modo ragionevole tenendo conto che “ragionevole” nei confronti di chi ha malattie letali, potrebbe significare anche relativa gratuità. “Relativa” vuol dire che in un mercato fatto da diseguaglianze di reddito si possono calcolare valori remunerativi tali da coprire chi non può con chi può.

Questo vale in particolare per i paesi poveri e per i paesi ricchi e per la questione dei brevetti. In generale credo che le professioni medico-sanitarie, l’industria tecnologica, quella farmaceutica, le forniture più diverse, debbano essere ragionevolmente redditizie ma non speculative. In generale credo anche che in sanità, “speculare” valga come rubare, abusare, truffare, approfittare, sia che si faccia la cresta sugli acquisti in una Asl sia che si faccia comparaggio con un medico di famiglia. In sanità remunerare in modo ragionevole tanto il profitto che il reddito ha una valenza etica in più, che prevede in certi casi di sospendere le regole delle transazione economiche, soprattutto rispetto ai bisogni vitali degli ammalati in quei casi in cui da questa sospensione dipende la sopravvivenza delle persone. La speculazione distrugge il principio delle pari opportunità terapeutiche perché impone prezzi che solo pochi si possono permettere, la reddittività ragionevole al contrario fa di questo principio il suo caposaldo offrendo a tutti i malati la possibilità di curarsi.

Per cui la vera questione che si pone è “l’accesso alle cure”. L’innovazione specialmente in campo farmacologico costa cara e soprattutto per curare malattie gravi come il cancro o malattie rare, ma proprio per questo in nessun caso può essere speculativa.

Tutto questo ragionamento per apprezzare ed appoggiare la protesta dei 120 onco ematologi internazionali alla quale ha aderito il Cimopo, Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri. I medici americani che hanno protestato pubblicamente, hanno evidenziato come su 12 nuovi farmaci anticancro approvati dalla Food and Drug Administration ben 11 costano più di 100.000 dollari. Sono costi talmente speculativi da creare problemi di sostenibilità ai sistemi sanitari e un enorme problema etico di accesso alle terapie da parte dei malati. La denuncia è partita da quegli oncologi che in particolare si occupano della leucemia mieloide cronica, una delle più terribili forme di cancro con l’obiettivo di “costringere le aziende ad abbassare i prezzi per salvare la vita dei pazienti”, in causa sono state chiamate molte industrie farmaceutiche: Novartis, Ariad, Pfizer, Bristol-Myers Squibb, Teva e altre ancora. L’iniziativa è stata preceduta da una protesta messa in atto dai medici del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, che lo scorso autunno si sono rifiutati di usare un nuovo farmaco per il cancro al colon per il suo prezzo troppo alto: doppio rispetto ad altri farmaci, pur non avendo benefici maggiori.

Grazie alla protesta di questi medici si è ottenuto che la Sanofi la casa farmaceutica produttrice dimezzasse il prezzo del medicinale. La speculazione non è solo immorale ma anche economicamente discutibile dal momento che come hanno spiegato i medici americaninonostante le coperture assicurative, solo una minima percentuale del milione e mezzo di malati di leucemia mieloide cronica riesce ad usufruire di questi farmaci. Perché allora non abbassare i prezzi e accrescere l’accesso alla terapia da parte di un maggior numero di malati?

La questione di fondo quindi resta il prezzo in funzione dell’accessibilità delle cure (post 6 novembre e 20 novembre).

Per garantire a tutti, ricchi e poveri, l’accesso alle nuove terapie dobbiamo combattere:

  • la speculazione in ogni sua forma anche ricorrendo ad un sistema di prezzi eticamente amministrati o calmierati

  • le restrizioni finanziarie di cui sono vittime i sistemi sanitari e che certamente non incoraggiano l’innovazione

  • tutte le forme di spreco, dalla domanda impropria agli abusi e alla corruzione, che favoriscono le restrizioni finanziarie 

Quindi mi associo alla protesta dei medici americani e a quella dei primari oncologi italiani ed invito tutti a fare altrettanto.