Alle recenti elezioni dello scorso febbraio, tutti i i cittadini italiani, qualunque fosse la loro estrazione sociale, hanno potuto vedere in quali luoghi le future generazioni si formano. Per andare a votare hanno attraversato cortili asfaltati della scuola pubblica di ogni ordine e grado infestati da erbacce; hanno visto muri feriti dal dilavamento e finestre del piano terra protetti da grate, imbrattati da graffiti. Sono entrati nelle famose aule-pollaio (risultato della riforma Gelmini) dalle pareti, a volte umide e gonfie per le infiltrazioni, stratificate da pigmentazioni indecifrabili, con finestre prive di tende o di adeguata schermatura. Hanno votato alla luce livida delle plafoniere da ufficio, hanno visto coesistere, in una stessa aula, banchi e sedie di almeno tre modelli e generazioni diverse per colore dimensione e fattura, nonché lavagne di ardesia anteguerra, in alcuni casi alternate alla demagogica e fantomatica Lim. Poi, armadietti ammaccati e scoloriti con ante divelte o scardinate, bagni spartani da campeggio economico, porte in materiale scadente danneggiate, senza serratura o maniglie.

Questo è lo scenario che fa da fondale alla vergognosa cronaca quotidiana fatta di cedimenti di controsoffitti, (che paese è quello che mette in pericolo la vita dei propri bambini e ragazzi mentre sono a scuola?) e foraggiata da contributi eufemisticamente definiti volontari ma, in realtà, obbligatori da parte delle famiglie; causa di proteste indignate per le troppe, innumerevoli carenze.

Bersaglio della critica, un patrimonio di edilizia scolastica senescente, gravato dalla mortificante estetica “sovietica” degli anni settanta e ottanta, (tranne rare eccezioni), risultato dell’impiego del fallimentare e non-flessibile, processo edilizio della prefabbricazione.

Non c’è triste e degradata periferia italiana, conseguenza diretta delle esaltate e insensate sperimentazioni urbane degli anni ’70, cui non sia stata inflitta l’ulteriore ferita di un esempio “moderno” dell’intero ciclo della scuola dell’obbligo, effetto delle Norme Tecniche del 1975, che pure erano state precedute dalla lodevole iniziativa del Centro studi per l’edilizia scolastica, istituito nel secondo Dopoguerra per occuparsi dell’innovazione della tipologia scolastica che, a partire dagli anni Sessanta, interessò la progettazione e la costruzione delle scuole di primo e secondo grado.

Eppure, l’Italia già a partire degli anni Trenta aveva potuto sperimentare un edilizia scolastica innovativa e Moderna attraverso le opere di straordinaria bellezza plastica e spaziale dell’asilo nido Sant’Elia di Giuseppe Terragni a Como (1936 ) o quello a Ivrea di Figini e Pollini (1939), solo per citare i più noti. Un’architettura elegante, attenta, pensata e studiata in ogni dettaglio, rimossa e soppiantata da un’edilizia sbrigativa e volgare, che doveva assolvere agli aspetti funzionali, economici e procedurali degli appalti, con le conseguenze estetico-funzionali che tutti conosciamo. In queste scuole insicure e approssimative, nelle stesse aule dove i controsoffitti si schiantano e le pareti hanno colori improbabili, si insegna la storia dell’Arte e la Bellezza, il Rinascimento italiano e la Filosofia; si studia la Critica della ragion pura e la Critica del giudizio di Kant , si legge Michel Foucault che indica nella cura del sé una estetica dell’esistenza.

E’ in questo scenario che pochi giorni fa è arrivata la notizia che il Miur ha pubblicato le Linee Guida che rinnovano i criteri per la progettazione dello spazio e delle dotazioni per la scuola “del nuovo millennio” che si discostano dallo stile prescrittivo delle precedenti risalenti al 1975. 

Sedici pagine con titolo altisonante, premessa retorica a ben sette paragrafi disarmanti per la genericità e la carenza di contenuti significativi; il tutto per arrivare a considerazioni di banale buon senso; più che “norme tecniche-quadro” sembrasi tratti dibuonipropositi; resta da vedere in quale modo saranno messe in pratica.