Strano destino quello del Portogallo. Vive una crisi profonda, forse perfino più profonda della Grecia, ma in pochi ne parlano in Europa. Il nome del Portogallo viene inserito di sfuggita nelle cronache, quasi fosse per caso, oppure soltanto quando bisogna mettere in fila i nomi dei paesi europei in crisi, tipo: Grecia, Spagna, Italia, Irlanda e…, perché no, anche il Portogallo. Tra i tanti motivi di questa ‘dimenticanza’, ne spiccano due in particolare: la posizione geografica di (semi)periferia e la dimensione relativamente piccola del paese, che di sicuro non aiutano a far emergere la drammaticità della crisi portoghese su scala europea e mondiale; lo zelo e l’impegno dell’attuale governo di centrodestra, guidato da Pedro Passos Coelho, ad accontentare ogni desiderio della Troica (perfino quelli inconsci) senza fiatare. 

Il ruolo assunto dalla Troica in Portogallo ha del grottesco, oppure si può dire che qui si rivelano i caratteri più reconditi di questa ‘nuova’ istituzione politico-economica: più che fungere da ‘consiglieri economici’, i tre economisti della Troica (il brutto, il cattivo e il brutto), che seguono passo passo ogni piccolo respiro e movimento del governo e del parlamento portoghese, assomigliano piuttosto a dei ‘podestà forestieri’, o ai cosiddetti dictator romani (la nomina del dictator al tempo dei romani era di natura patrizia, perché erano i patrizi ad imporre la figura del dictator, che aveva la funzione di risolvere sia i problemi di politica estera sia di “regolare i conti aperti con i plebei”. Cfr., sul punto, G. Sapelli, L’inverno di Monti. Il bisogno della politica, Guarini e Associati, Milano, 2012).

La situazione economica in Portogallo si aggrava ogni giorno di più e la notizia dell’Eurostat che colloca oggi il Portogallo al primo posto tra i paesi dell’Unione Europea dove maggiormente è cresciuta la pressione fiscale, tra il 2010 e il 2011 (da 31,5% al 33,2%), non fa che confermare tale gravità. L’apocalisse economica e sociale però non è racchiusa nel solo aumento del carico fiscale, ma si può percepire anche nelle recenti parole ‘magiche’ pronunciate dalla Troica, subito dopo la bocciatura di parte della legge finanziaria da parte della Corte costituzionale. Queste parole ‘magiche’ sono: eliminare lo spreco pubblico! Cioè, tradotto, significa che occorre tagliare radicalmente la spesa pubblica. E non si tratta di tagliare cento o duecento milioni, ma almeno sei miliardi di euro di spesa pubblica, che per il Portogallo è semplicemente inimmaginabile. Significa che dovranno semplicemente chiudere ospedali e servizi sociali, scuole e università pubbliche. Finora, Passos Coelho e i suoi ministri, hanno farfugliato di sfuggita poche cose su questa enorme ‘spending review’ portoghese. Si conosce soltanto quanto dovrebbe essere tagliato. Null’altro. Quello che prevale per il momento è la segretezza sulle modalità e sui tempi di quest’intervento a gamba tesa, secondo ormai una tradizione consolidata di molti governi dei paesi europei in crisi. Di sicuro, però, Passos Coelho, l’ ‘allievo modello’ della Troica e del Fmi, cercherà di non deludere i suoi maestri, specie dopo la delusione della bocciatura della sua legge finanziaria.

Ma se le mosse del governo in carica sono in qualche modo prevedibili, non si può dire però che sarà possibile la loro realizzazione concreta. Sono mesi che la protesta popolare cresce significativamente in Portogallo, come già dimostrato dalla massiccia partecipazione dei lavoratori, dei sindacati, dei movimenti e della società civile nelle recenti manifestazioni di piazza. Particolarmente efficaci si sono dimostrati poi gli scioperi del settore dei trasporti e dei lavoratori portuali, i cui stipendi le imprese vorrebbero ridurre da 1700 a 550 euro. 

Oltre alle lotte e agli scioperi, però, il Portogallo ha anche una intellighenzia attiva ed in costante contatto con la realtà del paese, in grado di leggere ed interpretare i suoi mutamenti ed esigenze. Numerose sono, infatti, le dure prese di posizione contro le misure di austerità dei più autorevoli intellettuali portoghesi, a partire da Boaventura de Sousa Santos, José Manuel Pureza ed Elisio Estanque (dell’Università di Coimbra), per arrivare a economisti e studiosi di chiara fama, come Octavio Teixeira, Manuel Carvalho da Silva, Marisa Matias e molti altri. Le opinioni di questi intellettuali  sono registrati in numerosi testi, ma anche in diversi documentari, tra cui segnalo ai lettori il recente: ‘Il Portogallo e la crisi’, realizzato dal sociologo Giovanni Alves.

Insomma, la guerra dall’alto nei confronti dei lavoratori e degli strati più deboli della società portoghese continua e si inasprisce di giorno in giorno, ma l’esito di tale guerra non può dirsi affatto scontato.