So già che sarò accusata di voler difendere un sistema totalitario, ma in un momento in cui è più che mai evidente la crisi del sistema politico occidentale (senza entrare nello specifico della particolare condizione italiana) credo faccia bene conoscere anche le opinioni di un’intellettuale con una storia e una cultura completamente diversa dalla nostra.

Le parole di Zhang Weiwei – professore di relazioni internazionali presso la Webster University di Ginevra e professore onorario in due delle principali università cinesi, la Qinghua di Pechino e la Fudan di Shanghai – fanno male e fanno riflettere. Non significa che dobbiamo imparare dalla Cina, ma che forse dobbiamo prestarle orecchio. Le riporto senza ulteriori commenti.

“Le parole vuote logorano la nazione, l’azione pratica arricchisce lo stato” è l’importante lezione data dall’ascesa cinese. Questa è una legge universale, indice di buon governo in ogni paese al mondo e in uso anche in Occidente. La crisi che oggi attanaglia i paesi occidentali – crisi finanziaria, crisi del debito e crisi economica- è in gran parte riconducibile a questa legge. Se i sistemi occidentali non sapranno mettersi alle spalle la malattia delle “parole vuote”, il loro declino sarà ancora più veloce.  In Occidente, i principali sintomi di questo male sono tre: le inutili lotte intestine, la parola non mantenuta e la moda del populismo. […]

Se ci basiamo sul principio democratico del voto individuale, lo stato cinese è illegittimo. Ma se ci rifacciamo alla logica tradizionale cinese secondo cui per amministrare un paese sono necessarie persone di talento, allora anche il governo americano è illegittimo. […]

“Tenersi al passo coi tempi e progredire” è la ricetta che la Cina potrebbe offrire all’Occidente. […]

E per un ultimo schiaffo morale cita il G1000, un manifesto politico scritto a novembre del 2011 da alcuni intellettuali belgi proprio mentre il loro paese era senza governo:

«Ovunque c’è innovazione, ma non nelle democrazie. Le aziende hanno bisogno di continua innovazione, gli scienziati devono superare i limiti del sapere, gli atleti perseguire nuovi record e gli artisti devono reinventarsi. Ma quando si tratta dell’organizzazione della società, siamo ancora soddisfatti delle soluzioni del 1830 anche se viviamo nel 2011. […] La democrazia è un organismo vivente, la sua forma è tutt’altro che immutabile. Cresce adeguandosi ai tempi»