Lucio Battisti una notte a Oxford. La massa di capelli ricci che si avvicina su un folletto amico davanti al collegio di Nuffield evoca il cantautore amatissimo, ma appartiene a un giovane sociologo. Paolo Campana ha lo zaino in spalla e il sorriso della felice accoglienza. Piemontese, ottimi studi a Torino, è all’estero dal 2007. E a 32 anni si è già fatto un nome nelle istituzioni di molti paesi.

Parlando di tipi come lui si rischia sempre la retorica dei cervelli in fuga. Meglio ascoltarlo, la storia vale la pena. “Sono di Asti, madre insegnante e padre nelle ferrovie. Ho scoperto la sociologia durante la laurea triennale in Scienze della comunicazione. Ho preso una laurea magistrale con una tesi sulla narrazione del terrorismo sulla stampa internazionale. Intanto lavoravo all’Osservatorio del nord-ovest di Luca Ricolfi, un maestro. Ho fatto analisi elettorale e partecipato a un progetto di ricerca sulle missioni suicide in Palestina, Israele e Libano. Come sono arrivato qui? Semplice. Un giorno del 2007 mi arriva una mail di Federico Varese. Mi dice che ha visto la mia partecipazione al progetto sul terrorismo e che ci sono dei fondi per un assistente di ricerca al Centre for Criminology qui a Oxford. Sono arrivato a razzo, ho avuto un contratto per nove mesi, intanto facevo il dottorato al dipartimento di scienze sociali a Torino. Finito il contratto sono rimasto qui come ‘associated member’. E mi sono messo a studiare la camorra. La camorra in Olanda e in Scozia, quella del clan La Torre di Mondragone, provincia di Caserta, indipendente dai casalesi.”

È il suo primo passo, perché è con questa ricerca che Paolo Campana si fa apprezzare dalla comunità scientifica. “Ho lavorato seguendo l’impostazione della scuola oxfordiana. Rimboccarsi le maniche sui dati, sui dati veri, nessuno spazio all’immaginazione in proprio. Ho analizzato circa duemila conversazioni registrate dalle forze dell’ordine, mi interessava studiare sia l’organizzazione interna del clan con le sue reti di relazioni e di contatti sia le attività di cui si occupava maggiormente”. Lo studio di Paolo capovolge le teorie sul riciclaggio e sugli affari finanziari come massima occupazione dei gruppi criminali. “Ma che cosa! Bisogna leggerle, le registrazioni. Si occupano soprattutto di protezione, l’intramontabile protezione. Questo è il loro vero core business. Protezione a Mondragone: contro la concorrenza, per la risoluzione delle controversie, comprese quelle di lavoro e i licenziamenti, protezione contro i furti, recupero crediti. Fino al 2005-2006 i La Torre hanno operato soprattutto come regolatori dei mercati illegali. Questo mi ha colpito”. Il viso di Paolo si illumina, gli occhi si fanno ancora più vispi dietro gli occhiali rettangolari di tartaruga. Si accinge a enunciare la sua scoperta: “Vedi, io distinguo tra chi governa i mercati illegali e chi ci commercia, ed è su questo che ho fatto uno studio comparato sui ventisette paesi dell’Unione Europea. Quando i clan giocano in casa in genere svolgono la prima funzione, governano; quando si spostano svolgono la seconda, per questo è così importante il territorio”. Paolo ne ha scritto su una delle riviste più prestigiose, l’European Journal of Sociology. Parla dei suoi scritti sempre come di “articoletti”, ma intanto uno gliel’hanno tradotto anche su una rivista accademica cinese. Oggi, come research fellow dall’Extralegal Governance Institute diretto da Varese al collegio di Nuffield, vuole dare il suo “contributo di conoscenza” contro le mafie italiane. Lo chiamano ormai a collaborare diverse polizie. Ha fatto formazione agli analisti dell’Aja, ha collaborato con la Bka, la struttura antimafia della polizia tedesca, e con Europol.

Sta spiegando, e l’ha scritto anche su un rapporto per la Commissione europea, che non è necessario introdurre il 416 bis in tutti i paesi europei, con le immaginabili resistenze di un bel po’ di stati membri, ma che basta far funzionare bene il mandato di arresto europeo. Ha fatto un rapporto di ricerca per il ministero degli interni canadese. È stato chiamato a Utrecht tre settimane fa per parlare delle mafie nei 27 paesi dell’Unione. “Io dico che le politiche pubbliche di contrasto devono partire dalla realtà, che le organizzazioni criminali fanno cose diverse in posti diversi. Se mi manca l’Italia? Io mi sento europeo, mi sento a casa nell’Unione, ci faccio quaranta voli all’anno. Mi piace viaggiare. Amo il treno, qualche settimana fa ho fatto un viaggio di dodici ore da San Francisco a Los Angeles, meraviglioso. Amo la bicicletta. In ogni caso: al-l’Italia cerco di dare una mano sempre, con quello che so fare”. Questa settimana andrà con Federico Varese a Hong Kong, a parlare degli affari della camorra con la Cina e della ’ndrangheta in Australia. Giovani cervelli costretti ad andare all’estero a studiare per cause universali, nella medicina come nella archeologia, avevo già incontrati. Ma questo è il primo giovane cervello che conosco finito all’estero per combattere, da Oxford, le mafie italiane. Passando il suo tempo libero di single tra cinema e musei inglesi e il pub prediletto, dove qualche tempo fa ha portato anche un capitano dei carabinieri arrivato in visita dalla Calabria. Tanto con la cultura non si mangia. Con la camorra sì.

il Fatto Quotidiano, 29 Aprile 2013