“…  Non commettete l’errore di denigrare la tristezza.
(…)
Il problema è che i miliardi fanno passare la tristezza,
E così il tuo impero crolla come un castello di sabbietta.
Basterebbe regalare le canzoni tristi a tutti.

La tristezza si misura in litri di lacrime
Ad esempio io una volta ero triste tredici litri.
Ma che piangere che fa la tristezza ha ha ha ha.

Ma se ti guardi intorno…

Tristezza, pianto disperato,
Angoscia e depressione.
Insomma: triste.
Benzodiazepina, non toccarmi la tristezza;
Farmaco generico, non mi spaventi tu.

Piangi pure se sei triste, non fa ridere la tristezza.
Non ti devi vergognare di un sentimento così antico:
Anche nell’antichità ci son stati personaggi tristi.

(da Tristezza, Elio e le Storie Tese)

 “Perché ti fa ridere Buster Keaton?” domandarono ad un bambino che aveva appena visto uno dei suoi film. “Perché non ride mai. Mi fa ridere la sua tristezza” fu la risposta. Meglio di così, difficilmente potremo spiegare il lavoro di lieve ma persistente scarnificazione della realtà quotidiana attraverso lo humor, da parte di Elio e le Storie Tese, che la sera del 30 aprile (ore 21) suoneranno al Teatro Europauditorium di Bologna.

Quando su Wikipedia, alla voce a loro corrispondente, Elio e le Storie Tese non verranno più catalogati come “rock demenziale” saremo vicini ad aver compreso che l’essenza primaria del lavoro della band di Stefano Belisari (in arte Elio) è osservare il presente fuggendo ad ogni catalogazione, in primis quella di “rock demenziale”.

Col passare del tempo la loro bravura somiglia ad un abito che a prima vista sembra sempre più eccentrico, più vistoso, ma che poi, una volta indossato è di un eleganza marziale, ti calza a pennello e sembra fatto su misura per te.  Come se Vivienne Westwood e Valentino decidessero di fare business insieme, non ce ne sarebbe per nessuno. E così è per la band milanese. Li si vuole davvero catalogare? Basterà semplicemente dire che conoscono la differenza fra superficialità e leggerezza e la sanno suonare. Ultimo esempio in ordine di tempo il singolo “Complesso del Primo Maggio” che scardina i più ossidati luoghi comuni dell’evento che ogni anno si tiene in Piazza San Giovanni. Ed è tutt’altro che demenziale, il modo in cui lo fa.

Ha la ragionevole durezza del sorriso di chi ha perfettamente compreso che quel concerto è una cosa seria, e come ogni cosa seria l’unico rischio che corre è quello di trattarsi seriosamente, scambiando la capacità di fare ironia su se stessa, per un oltraggio.

Solo i grandi evitano questa trappola, ma soprattutto ne evitano la paura stessa in primis.

Il primo esempio che mi viene in mente è quello del grande Enzo Jannacci, morto pochi settimane fa, che più l’argomento era difficile e dolente e più provava a scardinarlo con una risata. Proprio sul tema del lavoro, per esempio, Jannacci ha scritto capolavori che prima ancora che rispondere a ordini e catalogazioni di massa/categoria/slogan, parlavano semplicemente degli esseri umani. “Vincenzina e la fabbrica” (… zero a zero anche ieri, sto Milan qua e Rivera che ormai non mi segna più…) e un capolavoro poco ricordato come “Musical” sono, con registri diversi, esempi perfetti di quanto andiamo dicendo.

Al momento dell’uscita, il singolo sul “Complesso del primo maggio” (ma anche su chi sta sotto e dietro a quel palco) aveva un pochino sparigliato le carte. Pochi avevano il coraggio di ammetterlo, ma era quasi fastidiosa la capacità della band milanese di risultare specchio dei nostri stessi riti quando siamo “intelligenti” e “sociali” e di farlo dicendocelo con parole chiare “… la musica balcanica ci ha rotto i coglioni…”. Ne hanno per tutti. Cantano dei tanti “guagliò” dei centri sociali che corrono inseguiti da un poliziotto, ai tizi senza maglietta che ballano senza capire gli accordi e le chitarre scordate, alla tizia  – non molto bella – col piercing, ai percussionisti ghanesi che vengono ricollocati in una band pugliese, a Van de Sfroos, ai Negramaro e Jovanotti arrivando perfino alla geniali crocefissione delle dediche/pistolotto “Allora noi vogliamo dedicare questa canzone contro il capitalismo, è ora dire basta col lavoro che sfrutta tutti. Devono capire che hanno rotto le palle i padroni, perché le masse operaie… o ma non vi sento fatevi sentire, siete tantissimi!”. Poi, al culmine del coraggio, sentire anche una voce di bambina – di un gruppo povero – rallegrarsi del nostro concentraci tutti in Piazza San Giovanni, così casa nostra resta sguarnita…

Humor corrosivo, satira implacabile, saper sorridere del presente; chiamatelo come volete, la cosa da non dimenticare è che Elio parla anche di noi che di tutto questo crediamo di poterne ridere. La notizia positiva è che Elio e le Storie Tese saranno al concertone del primo maggio e che la possibilità di fare ironia senza mancare di rispetto (anzi) a ciò su cui si ironizza, viene ancora concessa. Perlomeno se ti chiami Elio e le Storie Tese.

Ma il 30 aprile Elio e le Storie Tese saranno a Bologna, e l’evento è di quelli da segnare sul taccuino. Gente intelligente in transito per Bologna, non è roba di poco conto. L’occasione di ascoltarli – e di vederli – costituirà magari anche una sorta di antipasto del nuovo album (in uscita il 7 maggio) dal titolo “Album Biango” (per chi ama i Beatles, l’arcano è semplice). L’album conterrà quindici brani inediti tra i quali sono compresi i due che il gruppo ha presentato all’ultimo Festival di Sanremo, “La canzone mononota” e “Dannati forever” e lo stesso “Complesso del primo maggio”.

Andando a memoria ricordiamo che quando, dovendo lui rifare i documenti, domandarono ad Albert Einstein a quale razza appartenesse (attendendosi come risposta “bianca” oppure “caucasica”) ciò che il genio rispose fu, come spesso accade, la cosa più semplice “razza umana”. Chissà allora se wikipedia cambierà idea, e toglierà quel “rock demenziale” vicino a Elio lasciando, sotto la dicitura “genere”,  l’unica parola possibile: “umano”.