Lo so, sono in ritardo per il 25 aprile. Però leggendo ai miei figli le “Favole al telefono” di Gianni Rodari mi sono imbattuto in una che mi sembra molto adatta all’occasione.

In estrema sintesi: otto famiglie dividono una cascina ma non si fidano gli uni degli altri e quindi, per tirare l’acqua dall’unico pozzo nel cortile, tengono ben nascoste nelle rispettive case otto catene e otto secchi.

Scoppia la guerra e gli uomini partono al fronte. Donne e bambini, rimasti a casa, perpetuano la tradizione di diffidenza. Un giorno arriva un partigiano ferito e una delle donne, vedendo in lui la stessa condizione e sofferenza del marito di cui non ha notizie, lo ripara nel suo granaio. La notizia fa presto il giro delle otto famiglie e, un po’ alla volta, ogni donna porta qualcosa per aiutare il partigiano a riprendersi. Questi infatti si riprende e si accorge con stupore del pozzo senza catena. Le donne sono imbarazzate e accettano volentieri la proposta dell’uomo di comprare assieme una catena comune; l’empatia generata da quell’uomo, immagine di tutti i loro uomini e della loro condizione comune, rende ridicole le ostilità.

Ecco, per me uno dei messaggi del 25 aprile è questo: non dobbiamo mai più aspettare il Male supremo della guerra per combattere il Male interno e più subdolo della diffidenza tra popoli, Stati, razze, etnie. Perché, quasi settant’anni fa, ci costò un enorme sacrificio di sangue toccare il fondo e risalire dalla tragedia del Nazifascismo (non dimentichiamolo mai: Male interno e Male esterno).

E anche perché, semplicemente, se la guerra appare oggi praticamente impossibile, otto catene costano più di una; e le altre cascine del mondo ci fanno concorrenza agguerrita.

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