In questi giorni si presenta il libro sul partigiano Francesco Moranino, il comandante «Gemisto», primo parlamentare della storia della Repubblica a subire l’autorizzazione a procedere e all’arresto.  Di lui si parla come fondatore di Radio Praga, cosa assolutamente falsa. Anzi, fece di più e di peggio. Ripercorriamo le tappe del vero fondatore di Radio Praga, Catullo Uhrmacher, cacciato dai comunisti sovietici, cecoslovacchi e italiani perché ebreo.

Catullo Davide Uhrmacher fu il fondatore e la voce, insieme alla moglie Bruna Tomazzoni, delle trasmissioni in italiano di Radio Praga in Cecoslovacchia, nei primi anni del dopoguerra. Trentino di nascita e milanese d’adozione, aveva origini ebraiche, che gli valsero l’accusa d’essere “trotzkijsta ed ebreo” da parte dei fuoriusciti comunisti italiani in riva alla Moldava. Si scopre ora che dietro a quelle accuse c’era un importante personaggio del Pci di via Botteghe Oscure, Edoardo D’Onofrio, membro della segreteria del partito, uomo del Cominform, responsabile dell’ufficio quadri. Il famoso compagno che fece spiare Nilde Jotti. “Un comunista rigido e malinconico. Mi faceva soggezione…” come lo ha descritto Pietro Ingrao. Anche Mirian Mafai ha un sinistro ricordo di D’Onofrio: “Ha un’attenzione per la vita personale dei compagni che non di rado assume connotati polizieschi”.

Catullo Uhrmacher credeva nel socialismo, dopo la militanza nella Resistenza decise di trasferirsi in Cecoslovacchia alla fine della guerra. Lì viveva una zia e sperava di trovare lavoro. Uomo colto, parlava correttamente sei lingue, compreso il ceco. In quegli anni cominciò a collaborare con Radio Praga, che irradiava una trasmissione in italiano per la Svizzera. Era la Radio Praga ufficiale del governo Cecoslovacco, non quella semiclandestina dei fuoriusciti comunisti. Manteneva anche contatti importanti in Italia, in particolare con Sandro Pertini e Pietro Nenni e diventò corrispondente dell’Avanti e di Mondo operaio.

“Sono stato tutto il tempo, anche 15 ore al giorno, con Nenni, Sereni e De Grada – scrisse Uhrmacher da Praga alla moglie Bruna ancora in Italia –. Abbiamo fatto delle lunghe chiacchierate su argomenti i più disparati”. L’amicizia con Nenni era estesa alle rispettive mogli: “Karlovy Vary, caro compagno, noi saremo a Praga lunedì verso le undici per prendere la sera alle 17 il treno di Roma. Sarei lieto di vederti e mia moglie conta sulla tua per essere accompagnata in qualche negozio. Cordialmente, Nenni”. Mentre Sandro Pertini gli scriveva “Caro Uhrmacher, grazie della tua lettera e dei tuoi articoli, ti esorto a riprendere la tua collaborazione che ci è molto preziosa”.

Rocco Turi sull’Espresso nel ’90 descrisse il personaggio Uhrmacher come “una firma illustre tra i giornalisti cecoslovacchi di quegli anni”. Catullo, dapprima socialista, s’iscrisse poi al Pci, spinto dalla moglie Bruna. Nel volgere di poco tempo, il ruolo di Uhrmacher s’impose all’interno della redazione della radio cecoslovacca e nel ’48 creò il primo programma radiofonico per l’Italia. Lo stalinismo non aveva ancora esteso i suoi tentacoli sui poteri dello Stato, il governo era infatti composto da una coalizione fra comunisti, socialdemocratici e liberali. Ma già quell’anno gli avvenimenti presero una brutta piega con l’inizio della repressione staliniana. Accanto a Urmacher c’era sempre la moglie Bruna, ancora più convinta del marito nell’avvenire del comunismo.
La nuova trasmissione giornaliera andava in onda alla sera, verso le 18.30, e al microfono si alternavano Catullo e Bruna. Con loro due c’era anche Dario Panighelli. La loro voce divenne familiare, entrò nelle case di centinaia di migliaia, forse milioni, di italiani. Altri redattori si aggiunsero nel corso degli anni, tra loro alcuni dei 466 partigiani costretti a fuggire dall’Italia con l’aiuto del Partito comunista per non subire il carcere. Per alcuni di loro reati non si poté applicare nemmeno l’amnistia di Palmiro Togliatti, allora ministro della giustizia.

Il fattaccio avvenne il 15 aprile 1950 all’ingresso della radio, dopo un breve soggiorno in Italia di Uhrmacher. I poliziotti sbarrarono loro l’ingresso, intimandogli di andarsene e di non tornare mai più. “Per voi non c’è più posto – gli dissero – e non potete più lavorare alla radio”, ricordava la moglie. Ecco che cosa scriveva Uhrmacher nel suo memoriale: “In portineria venni fermato, per me era proibito entrare nel palazzo della Radio… uno degli addetti disse che si trattava di un provvedimento preso in seguito al fatto che in certi posti non era chiaro cosa io avessi fatto in Italia durante la mia licenza e da certi posti si era comunicato alla Radio che io a suo tempo ero stato in contatto con stranieri nemici della repubblica”. Dopo i primi momenti di incredulità, gli Uhrmacher cercarono di capire i motivi dell’allontanamento. “Jiri Pelikan, direttore di Radio Praga si rifiutò di riceverci”, ricordava la signora Uhrmacher. A Pelikan toccò la stessa sorte dei due italiani, espulso dopo la Primavera di Praga del ’69. Venne poi eletto eurodeputato italiano per il Psi.

Ma da chi arrivò l’ordine contro Uhrmacher? L’ordine proveniva dai comunisti italiani di Praga e di Roma e faceva parte di una più vasta operazione di sovietizzazione degli stati dell’ex blocco sovietico deciso da Stalin, con l’appoggio di comunisti italiani, fra i quali Moranino. I due Uhrmacher erano infatti finiti nella vasta rete di repressione stalinista. La “sentenza” di condanna per gli Uhrmacher era stata pronunciata da Francesco Moranino, già comandante partigiano con il nome di “Gemisto”, già sottosegretario alla difesa con delega per l’esercito nel terzo governo presieduto da De Gasperi (febbraio 1947).

Moranino, ex parlamentare comunista, dovette rifugiarsi in Cecoslovacchia perché era stata concessa dal parlamento l’autorizzazione a procedere per delitti a lui ascritti durante la liberazione e la guerra partigiana. Per i gravi crimini commessi, il dirigente comunista non aveva potuto beneficiare dell’amnistia dell’allora guardasigilli Togliatti. In seguito rientrò in Italia, dove fu eletto deputato nelle liste del Pci. “Ma c’era anche un certo Dotti che voleva la nostra espulsione, che credo abbia poi aderito al movimento di Edgardo Sogno”, rammentava la signora. Ed è proprio Moranino che diede la versione ufficiale all’ormai ex giornalista di Radio Praga: “Tu sei ebreo e trotzkijsta”, gli disse.

Un’accusa utilizzata in quel periodo su larga scala da Stalin per far scomparire milioni di dissidenti in Russia e applicata con accanimento anche nei paesi dell’Est. In Cecoslovacchia tra il 1951 e il 1952 cominciarono le epurazioni nel partito comunista, che coinvolsero personaggi di primo piano, tra i quali Rudolf Slànsky, pseudonimo di Rudolf Salzmann, segretario del partito e vice primo ministro, accusato di sionismo e messo a morte durante le persecuzioni. Se i due non avessero avuto la cittadinanza italiana con tutta probabilità sarebbero scomparsi nei gulag, come accadde ad alcuni loro amici ebrei. Catullo e Bruna Urmacher tuttavia non vollero farsene una ragione e scrissero a Francesco D’Onofrio, responsabile dell’ufficio quadri di Botteghe Oscure. Intanto lavoravano come muratori per rimanere in quel paese, in attesa di ottenere giustizia e riabilitazione.

In Italia, Bruna Tomazzoni Uhrmacher si recò più volte alla sede del Pci di via Botteghe Oscure, a Roma. Voleva incontrare D’Onofrio, ma egli si fece sempre negare. L’ordine ufficiale della cacciata dei coniugi, infatti, era partito proprio da lui. Scriveva la signora: “Sono partita per Roma, dopo aver cercato l’albergo mi sono messa subito all’opera. Ancora in mattinata ho parlato con un certo compagno Macchia segretario di D’Onofrio. Ho fatto leggere il nostro esposto. Lui non ne sapeva niente e mi disse che nessun esposto era mai arrivato all’ufficio quadri. Mi disse anche che nel pomeriggio o al mattino seguente sarebbe rientrato il comp. D’Onofrio e che quindi lui ne avrebbe parlato e lo pregai di fissarmi un appuntamento per il giorno seguente. La mattina ho telefonato al segretario Macchia il quale mi disse che D’Onofrio era in una riunione. Allora sono andata in via Bott. Oscure e ho atteso D’Onofrio per ben due ore. Poi Macchia mi chiama e mi dice che l’ufficio quadri non era competente a trattare l’esposto e dopo un colloquio abbastanza animato dovetti andarmene”. Il giorno dopo la signora si ripresentò, sempre senza ottenere nulla.

Gli Uhrmacher cercarono di parlare anche con Rudolf Slànsky, esponente di spicco dei comunisti cecoslovacchi, ma ormai la situazione era confusa. “Mio marito era depresso, perché tutte le sue speranze andavano perdute. Abbiamo perso ogni avere: la casa, tutto, tutto…” ricordava. Ricevettero solo una breve risposta da Bedrich Geminder, capo della sezione internazionale del comitato centrale del partito comunista, nel giugno 1950, “Caro compagno, abbiamo ricevuto la tua lettera sulla questione del tuo lavoro alla radio cecoslovacca. Nei prossimi giorni sarai chiamato a questa segreteria allo scopo di poter trattare personalmente il tuo caso”. Ma Geminder era nella lista nera e verrà condotto al patibolo assieme a Slansky, con l’accusa di aver formato un “Centro di cospirazione antistatale”. Dei 14 imputati al processo di Praga contro i dissidenti ben 11 erano ebrei.

Dopo interminabili e quanto mai inutili battaglie per ottenere ragione, i due italiani furono espulsi con provvedimento governativo del 7 aprile 1953, che li costrinse forzatamente a far ritorno in Italia, portandosi solo una valigia e nel portafoglio pochi soldi. Senza una casa, senza un lavoro, decisero di raggiungere Milano, dove cercarono di sopravvivere fra mille stenti. “Alla mia famiglia non ho mai raccontato nulla. Per mantenerci abbiamo venduto tutto, mangiavamo una volta al giorno sulle panchine in piazza della Repubblica. I soldi per una stanza ce li prestò un nostro amico, collaboratore di Enrico Fermi, l’ingegner De Florentis. Una situazione che durò per molti mesi”, rievochava amareggiata la signora Uhrmacher. La polizia li controllava perché sospettati di essere spie comuniste e furono periodicamente convocati in questura. “A Milano mio marito non trovava lavoro perché la polizia italiana, informata dall’ambasciata, ci controllava. Avevamo sempre sulla porta di casa i poliziotti, che chiedevano a tutti informazioni su di noi”. Quando Catullo Uhrmacher trovava lavoro, i poliziotti si presentavano al principale “consigliando” caldamente il licenziamento. “Siamo stati anche convocati in questura, all’ufficio stranieri, per chiederci i motivi che ci hanno spinto a lasciare la Cecoslovacchia. Sapevano tutto e conoscevano bene il motivo del nostro arrivo a Milano. Volevano farci pressione, farci sapere che eravamo controllati. Ci hanno accusati di essere spie cecoslovacche”, riferiva la signora.

Quegli anni di forti privazioni dei coniugi Uhrmacher finiscono anche nel libro “La vita agra” di Luciano Biancardi, dai cui fu tratto l’omonimo film di Carlo Lizzani, interpretato tra gli altri da Giovanna Ralli e Ugo Tognazzi.

Catullo Uhrmacher lavorò anche alla nascita della casa editrice Feltrinelli, come traduttore e pubblicista. Poi intraprese il commercio fra Italia e Romania. Quando le cose cominciavano ad andare bene, il cuore di Catullo Uhrmacher cedette mentre era sull’aereo che lo portava a Cuba insieme alla moglie. Un infarto lo colpì a 48 anni, nel 1972, la sua tomba è a l’Havana. La moglie Bruna non ha mai lasciato Milano ed è morta nella primavera del 2003. Catullo Davide Uhrmacher è ancora ufficialmente un “ebreo e un trotzkijsta”, per loro nessuna riabilitazione, nemmeno una lettera di scuse.