Dopo due mesi sprecati, l’Italia avrà forse un nuovo governo che potrà contare su una maggioranza ampia. E’ importante a questo punto che il nuovo governo di “grande coalizione” abbia il coraggio politico di realizzare alcune riforme non più rinviabili e di non deludere ancora una volta la richiesta di cambiamento che viene dal paese.

Lasciamo da parte le riforme sul fronte economico, che avendo comunque un impatto redistributivo tra i vari gruppi sociali ed economici presentano una difficoltà non trascurabile per un governo che comunque avrà una durata non elevata.

Il nuovo governo deve però affrontare la sfida di dare all’Italia una “democrazia funzionante”.

La Costituzione italiana, com’è noto, fu scritta subito dopo il crollo di una dittatura ventennale, e anche per questo venne costruita in modo da avere un governo debole sottoposto a un Parlamento e a partiti molto forti. I padri costituenti volevano evitare qualsiasi forma di bonapartismo ma il risultato è stato quello di dar vita a una “Repubblica dei partiti” (come l’ha definita Pietro Scoppola), fondata su una democrazia assembleare. L’idea che prevalse fu l’idea giacobina della supremazia dell’assemblea rappresentativa, legiferante e governante. In verità, come osservato da molti studiosi (Rebuffa, Cassese), tutta la storia costituzionale dell’Italia unita si è fondata sul predominio del regime d’assemblea, con un Parlamento molto potente, luogo di mediazione tra i partiti. Nell’intera storia italiana si è avuto uno schema nel quale maggioranza e minoranza finivano per governare insieme attraverso lo scambio parlamentare. Solo durante il ventennio fascista si interrompe questo schema (ma ovviamente con il prezzo enorme della cancellazione della libertà).

L’Italia ha avuto sempre una forte instabilità dei governi. Dal 1861 al 1922 si ebbero 55 governi, con durata media di 384 giorni. In 56 anni di repubblica ci sono stati 57 governi con durata media inferiore ad un anno. La centralità del Parlamento era stata voluta dalle forze popolari anche per garantire la sua massima rappresentatività rispetto al paese. La Costituzione non si occupa di legge elettorale ma è chiaro che alla sua base vi fosse un sistema elettorale proporzionale (come in effetti è stato per gran parte del dopoguerra).

L’Italia repubblicana ha quindi avuto governi troppo deboli per governare, un parlamento capace di bloccare qualunque misura di governo e in più un facile ricorso al sistema referendario. Con sole 500.000 firme infatti si può chiedere un referendum. Si pensi che dal 1974 al 1993 sono stati tenuti 26 referendum.

Per buona parte della Prima Repubblica si è avuto un sistema nei fatti collusivo tra maggioranza e opposizione e uno dei risultati è stato l’accumularsi di un debito pubblico di dimensioni enormi.

La debolezza dell’esecutivo è uno dei problemi più seri del nostro paese. Si pensi alle scelte coraggiose che oggi servono in materia di politica economica e alla necessità di avere esecutivi legittimati a prendere decisioni. Dal 1993 in poi si è cercato di cambiare la legge elettorale per favorire la formazione di maggioranze in Parlamento e per introdurre un qualche principio di legittimazione quasi diretta del governo. Dico quasi, perché fin tanto che la Costituzione non è stata cambiata, è sempre stato il Presidente della Repubblica a dare l’incarico alla formazione del nuovo governo (e non il popolo direttamente) e il nuovo governo deve sempre chiedere la fiducia al Parlamento.

Questa strada non ha funzionato. La legge elettorale da sola non basta. Abbiamo avuto maggioranze comunque litigiose e governi comunque molto deboli, sottoposti a un parlamento volubile. Non solo ma i tempi di decisione del nostro sistema politico sono molto lenti anche a causa del bicameralismo perfetto che costringe alla doppia approvazione (Camera e Senato) e sottopone al rischio della “navetta”, leggi che fanno avanti e indietro da una camera all’altra. E nelle ultime legislature abbiamo finito per avere finte maggioranze: fondate su coalizioni troppo disomogenee.

Ebbene una democrazia assembleare è solo apparentemente un sistema “più democratico” di un assetto fondato sulla premiership o sul presidenzialismo. In realtà, una democrazia è forte e legittima se è capace di produrre decisioni, possibilmente rapide.

Sono passati quasi 60 anni dalla fine del fascismo e il paese è cambiato profondamente. E’ il momento di dotarci di un sistema politico che ci dia governi capaci di decidere, governi stabili. Si tratta allora di riformare la costituzione e di cambiare la legge elettorale.

Negli ultimi venti anni, si sono succeduti governi di diverso colore ma altrettanto fragili, rissosi al loro interno e incapaci di decidere. La grave e lunga crisi economica italiana è anche il frutto di questa lunga instabilità politica.

La Francia sperimentò una situazione simile nel secondo dopoguerra, (Quarta Repubblica), governi che cadevano, conflitti parlamentari e fu De Gaulle a prendere in mano la situazione (durante la crisi d’Algeria) e riformare la Costituzione introducendo un sistema semi-presidenziale che nel complesso ha dato risultati positivi.

La prassi recente in effetti ha introdotto in Italia una sorta di presidenzialismo de facto. Si pensi già al ruolo svolto da Scalfaro ma soprattutto al ruolo di Napolitano. Le vicende dell’ultimo settennato segnalano un forte interventismo del Presidente della Repubblica. Ed ha un sapore presidenziale anche il ricorso di pochi giorni fa da parte dei partiti a Napolitano per superare lo stallo di questi 60 giorni.

E’ il momento, credo, di sancire il passaggio pieno a un sistema semi-presidenziale, introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato, eliminando il bicameralismo, riducendo drasticamente il numero di parlamentari, adottando una legge elettorale a doppio turno che costringa i partiti a fare accordi prima delle elezioni, e non dopo, e che assicuri al paese governi stabili; vanno accresciuti i poteri del Presidente del Consiglio.

Un democrazia funzionante è una democrazia più solida e meno esposta al pericolo di ondate avventuristiche.