Se non bastassero le gravissime minacce rivolte al Pm palermitano Nino Di Matteo a riportare alla memoria gli accadimenti del 1992 (anche allora, nei mesi precedenti le bombe, circolarono lettere anonime e veline), c’è la complessa situazione politico-istituzionale che pungola i ricordi di quanti quel periodo lo hanno vissuto. Il clima è davvero rassomigliante.

Il 1992 non fu soltanto l’anno delle stragi che uccisero i giudici Falcone e Borsellino. Fu anche l’anno della deflagrazione di Tangentopoli, che nel giro di poche settimane portò a galla un sistema di corruzione generalizzato. Esattamente come sta avvenendo attualmente, con i numerosi scandali che in questi mesi hanno fiaccato la credibilità dei partiti politici, travolti da un’ondata di inchieste sulla corruzione, appunto, e sull’utilizzo improprio dei fondi pubblici loro assegnati sotto forma di rimborsi elettorali.

Nel 1992, però, l’affluenza alle urne fu un po’ più consistente che alle politiche del 2013. Votò quasi l’88% degli aventi diritto. E, come oggi, un movimento politico che si era fatto ambasciatore del malcontento popolare, aveva sfondato e trentuplicato il proprio consenso: la Lega Nord. Se allora crollò il pentapartito, oggi pare essere franato il bipolarismo. Anche nel 1992 il risultato del voto impediva la nascita di un governo forte e stabile, così Cossiga (a differenza di Napolitano) si dimise due mesi prima della naturale scadenza del mandato. La spiegazione ufficiale fu quella: l’esito insoddisfacente delle consultazioni elettorali.

A maggio del 1992, quindi, si procedette all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Le votazioni cominciarono il 13 e si conclusero il 25, due giorni dopo l’ “attentatuni” di Capaci, al sedicesimo scrutinio. I partiti avevano proposto le proprie candidature di bandiera ma, alla fine, un po’ com’è accaduto qualche giorno fa, per non abbandonarsi all’autodelegittimazione, mandarono al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, con 672 voti. Che l’Italia stesse andando in rovina, ce lo segnalarono i mercati finanziari. Come oggi. Moneta debolissima e speculatori internazionali che facevano a gara per farla colare a picco.

Gli interessi sul debito italiano, attualmente, puntano per il prossimo triennio a quei 100 miliardi toccati nel turbolento 1992, anno in cui il governo Amato (arrivato allora dopo un periodo difficile e un percorso a ostacoli legato anche quella volta all’elezione del Presidente della Repubblica), con l’appoggio dei sindacati, apportò misure drastiche come il prelievo forzoso dai conti correnti. I rumors ci dicono che il prossimo governo potrebbe avere come guida proprio Giuliano Amato. Auguriamoci che sui prelievi forzosi la “coincidenza” non si verifichi. Auguriamoci, soprattutto, che non sia necessario versare altro sangue innocente. Questa volta sarebbe davvero intollerabile l’ipocrisia dei funerali di Stato e delle passerelle di mediocri commedianti.

P.S.: Giorgio Napolitano fu eletto presidente della Camera dei Deputati il 3 giugno 1992. Poteva essere eletto Rodotà ma il suo stesso partito lo aveva “scaricato”, dopo averlo candidato, preferendogli il leader della corrente dei “miglioristi”.