La tendenza alla mimetizzazione e la pretesa dell’egemonia costituiscono probabilmente le caratteristiche fondamentali – incancellabilmente contraddittorie – della gran parte dei “dirigenti” eredi e orfani del vecchio Pci, primo fra tutti “il Migliore” Massimo D’Alema. Anziché spogliarsi finalmente della pesante e devastante eredità togliattiana (con il calcolo politico che faceva premio su tutto) e rivendicare con orgoglio il ruolo comunque assunto dal Pci nella difesa e nell’emancipazione della classe operaia italiana, essi dalla fine anni Novanta si sono vergognati di essere stati comunisti (sino a negarlo, con ignominiosa spudoratezza) ma hanno continuato di fatto a praticare il metodo togliattiano (questo, sì, addirittura rivendicandolo).

Si spiega così – dopo la sincera e commossa parentesi di Occhetto, considerato un incapace, cioè indegno della lezione togliattiana, da D’Alema – l’ostinazione a chiamarsi, intenzionalmente e vagamente, “Partito Democratico di Sinistra” e poi “Democratici di Sinistra”, il primo “ideologicamente legato ai valori della socialdemocrazia” e il secondo “appartenente all’area della sinistra democratica e ideologicamente legato ai valori della socialdemocrazia”, ma mai avendo il coraggio, la coerenza e la trasparenza di richiamarsi nel nome al socialismo o alla socialdemocrazia, pur approdando al Partito Socialista Europeo.
Si spiega così la nascita dell’Ulivo (e l’invenzione d’alemiana della candidatura di Romano Prodi) nel 2004. Si spiega così infine la fusione con i cattolici della Margherita e la fondazione del Partito Democratico – con la scomparsa anche della parola “sinistra” (troppo, eh?) – nel 2007 con l’intento di “contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformistaeuropeista e di centro-sinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialistedemocratiche e progressiste e promuovendone l’azione comune”. Qui la mimetizzazione della “ditta” è totale e definitiva: niente comunismo, niente socialismo, niente socialdemocrazia. Progressismo. All’americana (e possono gongolare insieme il tenace togliattiano D’Alema e lo stolido “kennedyano” Veltroni).

Una fusione a freddo si è detto. In realtà, un non-partito. Incapace di decidere e di governare, dando un punto di riferimento anche solo all’opinione pubblica “progressista”. Trascinatosi fra imboscate, “inciuci”, sconfitte elettorali, frantumazione in correnti e correntine (esistono oggi persino i “lettiani”, che non c’entrano niente con i “franceschiniani”, che alternano sentimenti di ostilità e di intesa con i “renziani”, per non parlare dei “prodiani”, dei “bindiani”, dei “mariniani”, ecc. ecc., rimanendo beninteso solo nell’area dell’ex-Margherita!). E finito oggi, con l’irruzione dei “cittadini” di Grillo e Casaleggio sulla scena istituzionale, nella tragicommedia della vittoria/sconfitta elettorale, della candidatura a vuoto dell’ex-d’alemiano Bersani, delle imboscate ai danni dei candidati al Quirinale Marini e Prodi…

Al di là di tutto questo, la nomenklatura del Pd ha preteso – in maniera plateale nella versione veltroniana – di bloccare e annullare l’articolazione della sinistra e del centro italiani (sino alla disattivazione del vendolismo e all’invenzione del centro tabacciano), rappresentando ed egemonizzando tutto ciò che non era berlusconiano.

Sono incalcolabili i danni inferti da questo non-partito – persino, virtuosamente, l’unico “non personale” e “non proprietario” rimasto in campo – alla democrazia italiana e al Paese, e prima ancora alla sinistra.

Per questo, non può non auspicarsi che il Pd finalmente scompaia anche e soprattutto chi è orgoglioso della storia della sinistra italiana (compreso il Pci e nonostante Togliatti, il togliattismo e i togliattini venuti dopo), chi ritiene che solo dai valori della sinistra possano essere tutelati gli interessi dei meno abbienti e degli ultimi, chi è convinto che il Paese possa incamminarsi sulla strada della dignità, della trasparenza e dell’efficienza delle istituzioni, della lotta alla corruzione, all’affarismo e alla criminalità, e della conquista del posto che gli compete nell’economia e nella società globalizzata, e chi è fermamente convinto che solo costringendo Berlusconi e il berlusconismo in condizioni di non nuocere (altro che grandi intese!) ci si potrà incamminare su questa strada

Stia al centro chi vuole stare al centro (con Renzi, con Monti e quant’altri), facendo onestamente, se ci riesce, la propria parte di moderati. Stia a sinistra (con Rodotà, con Barca, con Vendola e quant’altri) chi pone al centro della propria visione del mondo e dei propri valori la giustizia sociale. Solo così – altro che presidenzialismo, ipermaggioritario, vocazione maggioritaria… – anche chi è adesso nel Pd potrebbe finalmente riuscire a dare, insieme a vecchi e soprattutto a nuovi compagni di strada, un contributo al chiarimento e all’ammodernamento del sistema politico italiano e della nostra democrazia rappresentativa.