Benedetta Bce, maledetta Banca d’Italia. E’ con questa considerazione che devono essere stati chiusi e firmati molti dei bilanci 2012 presentati nelle scorse settimane dalle banche italiane. I guadagni infatti sono arrivati soprattutto grazie ai soldi prestati dalla Bce, viceversa i passivi sono dipesi in larga parte dalle pesanti svalutazioni sui crediti deteriorati chieste da via Nazionale.

Numeri alla mano, circa la metà dei 260 miliardi di euro presi in prestito dalla Bce per tre anni all’1% è stata reinvestita in titoli di Stato che rendono il 3-4-5% generando così un’esplosione dei ricavi da trading. Il resto del pacco dono arrivato da Francoforte è servito a ripagare obbligazioni in scadenza e a mantenere cuscinetti di liquidità per fronteggiare eventuali emergenze.

Ai piani alti di molti istituti di credito deve essere infatti ancora fresco il ricordo di quanto successo nel periodo più acuto della crisi, a cavallo tra il 2011 e il 2012 quando sono volati all’estero, e non sono più tornati, 35 miliardi di euro. La classica pallina di neve che ha rischiato di trasformarsi in valanga. Effetto Cipro permettendo, le acque sembrano ora meno agitate e i depositi dei clienti sono tornati a crescere, ma i benefici per chi ha bisogno di un finanziamento ancora non si vedono. Salvo rarissime eccezioni (come ad esempio Credem), i prestiti a famiglie e soprattutto imprese continuano a scendere e i margini di interesse (la differenza tra gli interessi che la banca paga per raccogliere soldi e quelli che fa pagare per prestarli) a ridursi.

A zavorrare i conti e comprimere gli utili sono state però soprattutto le massicce svalutazioni operate a causa del continuo aumento dei crediti deteriorati. Le cosiddette “sofferenze” e “incagli” hanno ormai raggiunto complessivamente i 200 miliardi di euro. Su spinta della Banca d’Italia l’opera di pulizia è stata particolarmente intensa tanto che solo alle prime 5 banche italiane è costata qualcosa come 20 miliardi di euro (9,6 miliardi Unicredit; 4,7 miliardi Intesa Sanpaolo; 2,7 miliardi Mps; 850 milioni Ubi banca; 1,3 miliardi Banco Popolare) .

L’estrema severità di Bankitalia, più rigida di quanto non avvenga nel resto d’Europa, ha ridotto i profitti e in alcuni casi dilatato le perdite ben oltre le attese (vedi il rosso da 1 miliardo di euro del Banco Popolare). Ha però consentito alle banche di incassare la promozione degli ispettori del Fondo Monetario Internazionale che il mese scorso hanno spulciato i bilanci delle nostre banche giungendo alla conclusione che, Mps permettendo, il nostro sistema bancario è tutto sommato solido. In grado di superare situazioni di shock (come il fallimento Lehman) o resistere a una protratta debolezza economica. Entro certi limiti, ovviamente, visto che sempre il Fondo individua tra i fattori di rischio una recessione che si dovesse prolungare troppo causando un ulteriore aumento delle insolvenze.

Intanto svalutazioni e aumenti di capitale, hanno puntellato situazioni patrimoniali che ora paiono essere in una zona di discreta sicurezza e avvicinarsi agli obiettivi di Basilea 3 (l’accordo internazionale sui requisiti patrimoniali delle banche resi più severi dopo gli eventi del 2007/2008). Il centro studi di Mediobanca calcola però che per completare l’opera alle principali banche manchino ancora 18 miliardi di euro. Gli analisti di piazzetta Cuccia spezzano, tuttavia, spezzano anche più di una lancia a favore delle banche italiane che operano con una “leva” ben più bassa di molti concorrenti esteri. Il rapporto tra gli attivi (cioè i prestiti e gli investimenti) e il patrimonio netto delle prime due banche italiane è intorno a 19 contro il 40 delle banche svizzere o il 45 di quelle tedesche. Mps a parte, rimane limitato anche l’uso di strumenti derivati che mostrano un’incidenza sul totale degli attivi intorno al 10%, contro il 20% delle banche francesi o il 47% dell’elvetica Credit Suisse.

Nel frattempo prosegue l’opera di riduzione dei costi, attraverso la razionalizzazione delle strutture organizzative delle banche, ma anche con importanti tagli al personale (23mila dal 2007 a oggi e altri 20mila previsti nei prossimi 4 anni). Licenziamenti e simili hanno il “pregio” di migliorare il fantomatico “Roe” (return on equity). Un indicatore di gran moda tra gli investitori che in una sola cifra dice quanto è brava una banca a far guadagnare soldi ai suoi azionisti, ma che ha il difetto di non dire da dove arrivano questi soldi e se i guadagni sono sostenibili nel tempo. In alcuni casi ridurre il personale è, ad esempio, una scelta che paga nell’immediato, ma che in prospettiva può comportare perdita di competitività e della capacità di generare valore.

Il bollettino di guerra degli esuberi si apre con i 4.700 tagli programmati da Mps, 4.000 uscite entro il 2015 in Intesa Sanpaolo (anzi, 3.999 dopo che l’ex direttore generale Marco Morelli, oggi indagato per le vicende del Monte dei Paschi, se n’è andato con quasi 3 milioni di liquidazione); altre 3.500 in Unicredit; 1.500 in Bnl; 1.120 al Banco Popolare; 800 uscite “volontarie o incentivate” presso Bpm.

Per contro non si può certo dire che ai piani alti il rinnovamento prosegua a tappe forzate. In fatto di vertici, tra le “novità” degli ultimi giorni, si segnalano la riconferma dell’ottantunenne Giovanni Bazoli alla presidenza del consiglio di sorveglianza di Intesa San Paolo, un possibile terzo mandato per l’ottantenne Giuseppe Guzzetti al vertice dell’Acri (l’associazione delle fondazioni e delle casse di risparmio) e la nomina del 74enne Fabio Alberto Roversi Monaco alla presidenza di Banca Imi. Qualche (modesto) sacrificio è stato fatto in tema di retribuzioni con i dirigenti di Banco Popolare e di Bpm che hanno deciso di ridursi lo stipendio.

Fa eccezione Ubi banca che, mentre si appresta a “prepensionare” 700 dipendenti, ci tiene a confermare la sua fama di Bengodi dei manager bancari italiani staccando un assegno da 1,7 milioni per i bonus ai suoi manager. Alcuni mesi fa l’Adusbef aveva messo in luce come i 331 dirigenti percepiscano stipendi complessivi per 22 milioni di euro, il livello più alto tra le banche italiane.