La rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica è stata salutata da un’approvazione giornalistica pressoché corale – basti ricordare i due recenti editoriali, quello di Eugenio Scalfari su La Repubblica “Solo lui può riparare il motore imballato” e quello di Sergio Romano sul Corriere della Sera dal titolo “Un gesto, una speranza” – e accompagnata da un appoggio altrettanto unanime a livello internazionale.

La mia, invece, è una voce fuori dal coro: non un giudizio che riguarda la persona del Presidente, ma una riflessione sul significato istituzionale e politico che questa rielezione comporta.

Il primo luogo, non può passare inosservato che nella nostra storia repubblicana è la prima volta che un tale evento si verifica. Le ragioni che l’hanno prodotto sono sostanzialmente due: a) il fallimento di una legge elettorale perversa costruita per rendere impossibile una chiara maggioranza nel nostro sistema bicamerale; b) la seconda – riassumibile nella formula icastica dell’articolo di Concita De Gregorio “L’esultanza di Berlusconi, le lacrime di Bersani” – è la definitiva resurrezione del Pdl e l’irreversibile implosione del Pd.

Questa rielezione, in una Repubblica parlamentare, è un evento eccezionale che sancisce, di fatto, il passaggio già invocato nel dibattito pubblico (vedi il caso esemplare di Massimo Cacciari) a un regime presidenzialista o semipresidenzialista alla francese. Un passaggio del genere, però, dovrebbe presumere almeno l’esistenza di due blocchi contrapposti. Nella situazione attuale – con il venir meno del progetto implicito del Partito democratico – viene a mancare, quindi, una delle condizioni essenziali per la compiuta riuscita del semipresidenzialismo.

La maggioranza parlamentare che si prefigura, un grande blocco neocentrista che comprende al contempo Pd, Pdl, Lega, Scelta Civica, con un programma già apprestato dai “dieci saggi” da realizzare in un periodo circoscritto sancisce in maniera definitiva la fine di una democrazia dell’alternanza. Non c’è più il confronto fra maggioranza e minoranza, ma la semplice realizzazione di un programma che, in particolare sul piano economico, è stato già prestabilito dalla Commissione Europea. Si tratta di una rinuncia a qualsiasi, anche minimo, tentativo di rettifica del rigidissimo programma confezionato dall’esterno.

Il maggior partito del centrosinistra, ormai diviso in mini-fazioni, è definitivamente imploso: si possono classificare almeno cinque correnti tra bersaniani, dalemiani, veltroniani, giovani turchi e renziani. Chissà se qualcuna di queste si sia mai posta il problema di che cosa significhi l’aggettivo scelto per il proprio partito: “democratico”. In questa frammentazione – mai raggiunta neppure dalla Democrazia cristiana nella sua versione epigonale – la possibilità di una, sia pur minima, alternativa-opposizione è resa del tutto impraticabile ed è gestita ormai soltanto da Sel e dal M5s.

Definendomi un democratico integralista, mi vengono i brividi solo al pensare ad una ristrutturazione della nostra democrazia rappresentativa dove metaforicamente “le lacrime” sono speculari “all’esultanza” e dove, al limite, non esiste più neppure la possibilità di una – sia pur vaga e limitata – opposizione.

Il fallimento del progetto che fa capo al Pd, ormai dilaniato da veti incrociati e dalla difesa esclusiva di interessi lontanissimi dalle aspettative dello stesso elettorato di centrosinistra, sancisce in maniera irreversibile il trionfo del “pensiero unico”.

L’impotenza della politica, incapace di produrre definiti progetti alternativi che si confrontano e si contrappongono nella consueta dialettica parlamentare, contribuisce ad alimentare la tesi radicale, già abbracciata da Simone Weil e ora filo conduttore del Movimento 5 Stelle, che auspica la distruzione della forma partito stessa.

Mi escludo dal coro perché non posso non essere perplesso sul commissariamento della democrazia che la rielezione della Presidenza della Repubblica di fatto comporta.