In vita mia, ho sempre votato il maggiore partito della sinistra: dunque, ultimamente il Pd. E continuerò a farlo: nel senso che continuerò a votare il maggiore partito della sinistra, dunque non questo Pd. Questo Pd lo lascio volentieri a chi se lo prende, un Renzi, un Franceschini, un Letta; anzi, spero che se lo prenda Renzi, che lo trasformerà definitivamente in quello che è già, forse senza saperlo – un partito di centro, massimo di centro-sinistra, con il trattino – mettendo un argine al berlusconismo di ritorno con un berlusconismo più presentabile, o meno impresentabile. Ma la cosa importante è che non lascio il Pd a qualcuno o per qualcuno: lo lascio, punto. Vorrei anch’io, come Gherardo Colombo, averne avuto la tessera per poterla stracciare.

Qualcuno dirà che l’insuccesso mi ha dato alla testa. Certo: avevo proposto al M5S di indicare Rodotà alle prime tre votazioni, poi di convergere su Prodi, come loro sarebbero stati disposti a fare, bastava che gli strateghi del Pd si degnassero di chiederglielo. Quando un lettore di questo sito mi ha chiesto «Ma chi rappresenta Rodotà?» gli ho risposto: rappresenta me, e di questi tempi è già qualcosa. Beppe Grillo – al quale, come a Paolo Becchi, sento di dovere delle scuse – ha persino offerto al Pd di votare qualsiasi presidente del Consiglio fosse stato indicato dal Presidente Rodotà: il quale – per dire quanto fosse estraneo ai giochi che si facevano intorno alla sua candidatura – neppure lo sapeva, ero con lui a Reggio Emilia per il Festival della laicità e ho dovuto diglierlo io.

Il commento migliore, semmai, sarebbe un altro, si deve a Totò ed è: e poi dicono che uno si butta a sinistra. Nel mio caso, oltretutto, non è neppure la prima volta. A mio modo, sono sempre stato un liberale, nella tradizione di Mill e di Gobetti, eppure quando Berlusconi ha vinto, nel 1994, ho cominciato a scrivere sull’Unità, perché non ci fossero equivoci. Questi, d’altra parte, sono fatti miei. Il problema vero è che non si può più votare un partito che ha tradito l’unica indicazione chiara uscita dalle elezioni di febbraio: due terzi degli italiani non ne vogliono più sapere di Silvio Berlusconi e di tutto quello che rappresenta.

Lascio volentieri i rottamatori e i rinnovatori che hanno riportato al Quirinale un ottantenne, e magari a Palazzo Chigi il consigliere di Craxi. Io me ne vado, spero non da solo: con i Barca, con i Vendola, con i Civati, con le Boldrini, con le Puppato, con le Bindi, perché no? Darei mille Fassina per la Presidente del mio ex partito.