Il 17 gennaio 1991 una pioggia di luci cadeva su Baghdad. “Mi ricordo che scendevano lente nel cielo verde per gli infrarossi, come la neve che cadeva in quei giorni a Rimini. Il tg spiegava che era la guerra per difendere il Kuwait e che in guerra c’era anche l’Italia. Ero al primo anno di liceo”. Il mondo si era coalizzato contro Saddam Hussein, l’invasore iracheno, e Matteo Salvadore sognava di fare l’insegnante. Oggi in Kuwait ha scelto di vivere, lì ha realizzato il suo desiderio: “In Italia non ci sarei mai riuscito”. Classe ’76, una laurea in Scienze politiche a Bologna, gli ultimi 10 anni li ha passati a insegnare la storia negli atenei di Canada e Stati Uniti. Ora lavora alla Gulf University for Science and Technology, a Kuwait City.

“La realtà dell’università italiana la conoscevo, la vivevo. Poi un giorno la relatrice della mia tesi mi disse: ‘Se vuoi che la tua passione per la storia diventi una professione, vai via dall’Italia’. Avevo 22 anni”. E seguì il consiglio. Matteo come tanti, tantissimi altri: nel 2012 sono stati il 30,1% in più del 2011. Li chiamano cervelli in fuga, ma l’espressione non gli piace: “Io sono solo uno che ha cercato di fare ciò che voleva nella vita”. Lo ha fatto lontano da casa: “In Italia non si può fare nulla, l’università è in coma. La cosa incomprensibile è che a noi umanisti non servono le grandi strutture. A noi basta una scrivania, un laptop e uno stipendio per vivere decentemente. Evidentemente è un problema di volontà politica”. Di soluzioni ce ne sarebbero tante, Matteo ne ha una: “I problemi sono la selezione dei docenti e i criteri di promozione: basterebbe che le selezioni venissero fatte all’estero per liberare il sistema da parentele e clientele”. Come fanno gli Stati del Golfo: “Il mio arrivo fu facilitato dall’Università del Missouri-St Louis, con cui la Gulf è consociata, dove feci il colloquio. All’epoca ero visiting professor al Dickinson College. Qui stanno creando il loro sistema universitario. Gli arabi conoscono i loro limiti, che sono molto simili ai nostri: clientele, parentele, corruzione. Così fanno scegliere professori e collaboratori alle università americane”. Lo scopo: rendere la loro offerta didattica equiparabile a quella del modello anglosassone ed essere accreditati da enti di controllo internazionali: “La mia lancerà un progetto simile nel 2014, creando una scuola di ingegneria in collaborazione con un grosso ateneo Usa, cui verrà affidata la selezione dei prof. In Italia invece ci sono pochissimi posti e i concorsi sono delle farse”.

L’università italiana tiene famiglia, dicono le ricerche. Così chi non ha il cognome, se ne va. Pochi italiani, per ora, scelgono il Kuwait: “Siamo in 300, circa – racconta Matteo – i più lavorano nell’edilizia. Ma pochi sono dirigenti d’azienda”. Perché? “Pochissimi parlano l’inglese, ed è un handicap fortissimo. Eppure qui ci sono opportunità incredibili”. La popolazione è molto giovane, le famiglie numerose: “L’industria scolastica è in pieno boom: il 70% di inglesi e americani insegnano alle elementari e alle superiori. I governanti lo sanno: se i giovani si laureano ma non parlano inglese, non sono competitivi sui mercati. In Italia questo nessuno lo ha capito”. Come in pochi sanno che in Oriente si può fare business: “I kuwaitiani amano il made in Italy. Però poi entri in un ristorante italiano e ti accorgi che i proprietari sono italo-americani. Anche i prodotti alimentari spacciati per italiani arrivano dagli Usa”.

In Kuwait si vive bene, il welfare è tra i più avanzati al mondo. Il paese è ricco: possiede il 10% del petrolio mondiale e garantisce ai cittadini l’istruzione gratuita, contributi diretti per disabili, anziani, disoccupati, edilizia sovvenzionata e prezzi calmierati per elettricità e cibo. Così la qualità della vita è alta, specie per le famiglie: “Il rapporto tra gli stipendi e il costo della vita è ottimo: io e mia moglie siamo arrivati 3 anni fa con un bimbo di un mese e ora aspettiamo il secondo. Qui avere una persona a tempo pieno che si occupi dei bambini costa un terzo che in Italia”. Tornare? No, grazie. “Non ci ho mai pensato. Conosco molta gente delusa, che è tornata in Italia e poi se n’è andata di nuovo. Studiare anni, per riuscire a fare il ricercatore e poi l’associato per poche centinaia di euro… il gioco non vale la candela”. Ma è soprattutto questione di sogni: “Io ho realizzato il mio, c’è chi ci riesce stando a casa, io sono dovuto venire qui. Ma sono felice”. Il Kuwait ha il petrolio e lo usa, l’Italia ha la cultura e i cervelli. Ma non sa cosa farsene.